mercoledì 9 ottobre 2013

Il saluto più bello



Della vicenda Evacuo ne ho abbastanza. Le cose inutili hanno tutte qualcosa in comune, oltre alla loro futilità. Tutte fanno parlare di sè in modo molto più intenso rispetto alle cose utili. E' un classico. Devo iniziare a pensare che lo si faccia di proposito: approfondiamo gli argomenti di poca sostanza perchè è più semplice affrontare un ragionamento su di essi. Figuriamoci se ci mettiamo a perdere del tempo su argomenti di dibattito più seri, fossero pure il film da consigliare o le preferenze per la cena. No. Il saluto di Felice Evacuo.

Basta. Mi ero promesso di finirla questo pomeriggio. Finalmente un giorno libero dopo 72 ore di puro stress, spese a dare spiegazioni a chiunque mi trovassi a tiro, a scrivere trattati sulla questione, a sfogarmi con la gente a cui voglio maggiormente bene. Basta perchè, fondamentalmente, di questo passo la voglia di entrare in uno stadio non ti viene nemmeno lontanamente. Neppure se devi andarci a scrivere, a fare il lavoro che sognavi da bambino.

E così ho deciso di andare dal barbiere. Ogni volta che vado dal barbiere penso che presto o tardi non ci andrò più. Non per una scelta personale, ma perchè la natura ha voluto così. Quindi eccomi qua ad aspettare che arrivi il mio turno in salotto. Di là una voce familiare chiede opinioni sulla vicenda al "coiffeur": "Pasquà, ma che ne pensi del caso del secolo?"

Al che, incuriosito, drizzo le antenne. Non potevano certo riferirsi ad Evacuo, al suo saluto di ringraziamento alla tifoseria della Nocerina e alla reazione dei beneventani. Poi, senza trovare risposta dall' artista del capello, ecco che il cliente prosegue: "Ma Pasquà qui c'è gente che muore a Lampedusa per scappare alla guerra, persone che si suicidano per la disoccupazione. Vorrei una tua opinione da profano: questo saluto è davvero una cosa grave?".

Pasquale non segue il Benevento, è chiaramente in difficoltà. Per dirla in termini calcistici, sta subendo un pressing asfissiante e l'unica cosa che può fare è gettare la palla in corner, o al meglio in fallo laterale: "Professò, guardate. E' il vostro giorno fortunato. E' appena arrivato un giornalista. Lui sa tutto, vi spiegherà i dettagli".

Faccio orecchie da mercante, tanto sono nell'altra stanza, leggo una rivista che non parla di calcio. Ascolto una canzone che non ha niente a che fare con il calcio e sono seduto accanto ad uno che ha l'aria di poter intendersi di tutto. Fuorchè di calcio.

"Francesco, ti va di spiegare al professore come sono andate le cose?". Eccola là. Tre giorni a ripetere i fatti, a scriverli, a commentarli e finalmente ad evitarli, che mi ci ritrovo di nuovo magicamente dentro.
"Buonasera professor...Morelli!?"

Anni che non lo vedevo. Era proprio lui, il mio prof di francese alle medie. Invecchiato di un po', devo dire, ma lo stile è sempre il solito. Beige prevalente su tutto, gusto discutibile nel vestire. Il prototipo del giornalista degli anni Ottanta. 

"Insomma, vuole sapere di Evacuo? Mi dica prima se si ricorda di me però..."

Qualche tentennamento. Sta tagliando i capelli, quindi mi osserva attraverso lo specchio.

 - "Francesco Carluccio. Bene, quanto tempo sarà passato? Quindici anni?"
 - "Qualcosa in meno prof. Qualcosina in meno..."

Ricordo che Morelli aveva la tessera di giornalista. E' a lui che l'ho vista per la prima volta. E devo proprio a lui la conoscenza dell'oggetto. Senza il suo corso pomeridiano di giornalismo - pressochè inutile, va detto - probabilmente avrei saputo della tessera cinque o sei anni dopo. Un dettaglio irrilevante, certo, ma pur sempre un dettaglio.

A quel punto si parla di Evacuo, ma poco, perchè nel mio pomeriggio libero non c'è spazio per il calcio. Glielo faccio presente e lui accetta di buon grado. Mi invita a prendere un caffè: "Vieni pure a casa mia, un giorno di questi. Abito al palazzo all'angolo. Parliamo un po' di tutto. Mi ha fatto immensamente piacere".

Paga e se ne va. Saluta pure Pasquale, a cui dice qualcosa sul mio conto. Doveva ricordarsi di me per forza, perchè avrò preso cinque o sei note di merito da parte sua. Il francese sarebbe stata la mia seconda lingua se solo mi fossi applicato. Evidentemente non l'ho fatto, pur avendo una predisposizione naturale ad apprenderlo.

D'altra parte lo dico sempre: "a cap è na sfogl e cipoll"
O meglio, "la tête est une feuille d'oignon"...

Frà

sabato 7 settembre 2013

Quattro chiacchiere con l'assassino





A 23 anni ho ragione di credere che l'amore sia solo un'invenzione di chi odia la matematica. Magari a trenta cambierò idea e a quaranta mi ricrederò totalmente, tutto dipenderà da che piega prenderanno le cose.
I matematici adorano la soddisfazione, l'adrenalina che segue la scoperta di un risultato. Un po' come gli scienziati, i geometri e gli architetti. Chi odia i numeri ama l'amore, ma non è detto che chi ama l'amore debba per forza di cose odiare i numeri. E' il frutto di un assioma contorto, di un'equazione diversa dalle altre perchè comprende al suo interno il sentimento.

Mettiamo che l'amore l'abbia inventato Dio, come umana consuetudine vuole e come divini scritti impongono di credere. Beh, non doveva avere una buona media al Liceo quello là. Chissà quanti corsi di recupero avrà fatto prima di diventare Dio. Chissà quanti esami ripetuti prima di sbandierare ai quattro venti la sudata laurea.

L'amore corrode, ti spacca dentro, rispecchia bugie facendole sembrare verità e ti tratta come un cretino. Ci sono casi in cui arriva quando avevi smesso di attenderlo, dandoti l'illusione di poter restare a lungo. Poi magari va via, ti lascia dapprima attonito, in seguito ti fa sorridere, infine ti strappa una promessa: "Ritornerò".

E ritornerà, sì che ritornerà. Ritornerà in altre persone, altre forme, altri sorrisi, altri atteggiamenti. Ti spalancherà le ante della finestra che affaccia sul mare mostrandoti l'infinito orizzonte. Ti farà sentire come la ginnasta che sapeva volare, Nadia Comaneci. Alle Olimpiadi di Montreal del '76 fu perfetta come nessuna era ne' sarebbe mai più stata. Dieci, dieci, dieci, dieci, dieci, dieci.  La giuria le diede sei volte dieci, ma in quel caso il dieci non era un numero. Era amore. E i numeri con l'amore non hanno niente in comune.

Frà

sabato 31 agosto 2013

Vi presento Ema



Questo ce l'avevo in testa da tre giorni, come un ritornello. E prima o poi questo ritornello andava scritto, altrimenti a cantarlo ci avrei fatto l'abitudine e a dimenticarlo ci avrei messo poco.

Emanuele ha lo sguardo serio, pronto a catturare ogni minimo dettaglio. L'aria è mediterranea ma tendente allo spagnolo. Non ho viaggiato moltissimo, ma lo definirei quasi un "italiano valenciano". I lineamenti non sono i miei, pur trattandosi di mio cugino.  E non è mio nemmeno il carattere. Il suo è silenzioso, calmo e paziente. Avrebbe una miriade di argomentazioni valide per esprimere un'opinione ma non lo fa. Chissà per quale assurdo motivo. 

A Positano, complice la pioggia che ha accompagnato i miei pochi giorni di vacanza, ho avuto modo di concentrarmi sui dettagli. Niente carta e niente penna, perchè ho optato per una "disintossicazione da taccuino". E perchè in certi casi non ce n'è bisogno in quanto viene tutto naturale. Mai una parola sopra le righe, mai un mugugno. Le dita sempre tra i denti, quasi a voler rovinare una perfezione fisica che a parer suo non gli si addice. L'orologio sempre al polso per monitorare il tempo che fugge via, soprattutto quando accanto hai un certo Francesco, trattato come un ospite speciale proveniente da non so quale set Hollywoodiano. 

Perchè in fin dei conti è così che mi fanno sentire Emanuele e suo fratello Riccardo. Un ragazzo felice e indispensabile. Credo che se trovi persone che ti capiscono, ti amano e ti apprezzano per come sei, nonostante i tuoi mille difetti, hai fatto bingo. Ecco, per loro sono perfetto nonostante la mia totale imperfezione. Un essere umano non potrebbe davvero desiderare di più. 

Emanuele, a dare una sbirciata al suo account Facebook, era un "personaggio" anche al Liceo dove lo definivano "Mister Aristotele" (dal nome del Liceo Scientifico). "Frà, una volta ho fatto un magheggio. Ho mandato un fotomontaggio ad un mio amico per prendere in giro una ragazza e lui, senza dirmi niente, lo ha messo su Facebook. Dopo un'ora la foto ha fatto il giro della scuola e il giorno successivo mi guardavano tutti. Mi sono sentito un pagliaccio". Questo mi ha confidato con una punta di imbarazzo. 

E' una persona timida, a tratti ansiosa, ma che sa il fatto suo. La vita è lunga e gli sorriderà facilmente, ne sono certo. Sull' Ipad di famiglia ha custodite le foto del suo passato, tra cui una con me a piazza San Pietro, risalente all'estate del Duemila. Io dieci anni, lui sei.  Io alto, lui basso. Ora è decisamente il contrario. Rivederla mi ha fatto uno strano effetto, tanto da volerla avere tutta per me sul pc di casa. 

Di tempo ne è passato davvero tanto da allora, ben tredici anni, ma la distanza sia temporale che fisica non ha sottratto energie ad un rapporto reso infinitamente più forte da ogni momento trascorso in compagnia.

Non è solo un onore avere accanto una persona così. E' soprattutto un dono. 

Frà.



sabato 27 luglio 2013

Un longobardo a Nocera Umbra


E' passato già tanto tempo da quella settimana di solitudine.
Era il mese di luglio dell'estate 2010, una delle meno difficili della mia interminabile giovinezza. Già, perchè a tre anni di distanza non ne voglio proprio sapere di diventare adulto, quindi mi diletto a tirare qualche ricordo fuori dal cilindro.
Oggi, aprendo il giornale, ho letto dell'exploit dell'Associazione Benevento Longobarda che dall'anno scorso si è caricata sulle spalle il peso di ravvivare la scarna estate sannita.
"Invitati a Nocera Umbra per insegnare ed illustrare l'importanza della scrittura longobarda", si legge sull'articolo di Ottopagine che ne commenta le gesta.

Tra di loro c'è anche un'amica di questo blog, Antonella, che non ha pensato per niente di avvisarci della sua partenza facendo qualcosa in piena coerenza con la sua personalità: zero proclami, tante azioni. Nella maggior parte dei casi buone, perchè è folle, pazza, ma buona come il pane.

Antonella è lì, in quello che nell'estate 2010 definii il "paese fantasma". Due supermercati, quattro bar, tre alberghetti e forse un B&B. Un paese nemico della connessione ad internet.
Ah sì, c'è anche un campo da calcio niente male ma che con il primo acquazzone diventa fanghiglia, oltre all'appuntamento annuale con un Palio ben diverso da quello di Siena. Un palio strano che attira nei primi di agosto un bel po' di gente, di vino e di competizione. Si scannano per una coppa manco se si stessero giocando un campionato mondiale di calcio. Ma sono felici, e questo è ciò che conta maggiormente. Per loro e per chi li osserva.

Nel millenovecentonovantasette il paesello - stilisticamente bellissimo, va detto - fu martoriato dal sisma che colpì l'Umbria e le Marche. Una brutta batosta per chiunque. Un duro colpo alla storia e alla tradizione oltre che ai ricordi dei più anziani. Spiegazioni difficili da trovare, testimoniate dalle crepe presenti sui palazzi. Con i nomi non ho mai avuto una certa dimistichezza, ma il proprietario dell'Hotel Flaminio risultò essere fin da subito una bravissima persona. Ero lì per seguire il Benevento, per la prima volta da giornalista. E poi lo sanno tutti ormai, il ritiro estivo mi ha sempre affascinato. Peccato che quest'anno sia saltato tutto, ma mi rifarò nelle prossime stagioni. Ora è tempo di soffrire, un giorno sarà periodo di raccolta.

Quell'esperienza mi catapultò per un attimo nel mondo dei grandi. Ero l'unico reporter al seguito e braccai la squadra per cinque giorni davvero intensi. Scrissi un diario, documentai tutto con filmati e fotografie.
Non dormivo. Scrivevo.
E facevo quello che sognavo fin da bambino, in totale relax e spensieratezza. Vissi una delle settimane più belle in assoluto, accarezzato dal vento umbro e dalla storia che si respirava lassù, tra un'aiuola ed un mattoncino medievale. Ricordo che la mia stanza affacciava su un bar. E che il bar aveva un jukebox. Canzone preferita dagli abitanti del posto: Alejandro, di Lady Gaga. Un supplizio. Alle 8, quando il bar apriva i battenti, mi svegliavo con quella musica. La riproponevano ininterrottamente tutto il giorno alternata a volte con il sempreverde Zucchero. E lì si viaggiava con la fantasia, perchè le colline all'orizzonte erano proprio quelle che descrive nelle sue canzoni.

Immagini varie nella mia mente. Ma vi rendete conto di cosa possa fare un banale  articolo?
A volte non so dirlo nemmeno io. Ci sono giorni in cui odio il mio lavoro e giorni in cui non potrei proprio farne a meno. Questo sabato appartiene alla seconda categoria, e me lo godo tutto. Fino all'ultimo attimo.

Frà

domenica 21 luglio 2013

Un anno in un giorno... (meno tre!)

Scrivere è l'unica cosa che conta.
Non so perché, ma la mente mi fotografa un'immagine. E' quella di un bimbo che tira con la manina la gonna della mamma per chiederle di comprargli le caramelle. Siamo a quei livelli lì. Datemi una tastiera, e io vi cambierò il mondo. E a quel punto sarà un po' come avere tra le mie grinfie quel pacco di caramelle. Un po' come passeggiare al centro di una strada deserta con la sola compagnia della "dea ispirazione". In piena asocialità. Io, la strada deserta e l'ispirazione. Visione fantastica per chiunque ama immaginare e buttare giù qualche rigo con passione.

Ma in realtà l'astrazione stavolta l'abbandono per una giusta causa. E quella giusta causa è l'esame di Filosofia Politica, sostenuto esattamente un anno dopo quello di Storia dell'Arte. Trecentossessantacinque giorni senza dare un esame; un record vero e proprio che ha seriamente rischiato di protrarsi.
Perchè riprendere a scalare la montagna dopo essersi fermati bruscamente non è mai facile. Ci vuole una forza diversa da quella comune e forse non basta la forza di un solo uomo. Ci vuole il sostegno della gente, roba tipo i cori da stadio, gli incitamenti, gli striscioni. E su quella salita che sto ancora percorrendo di striscioni ne ho trovati tanti. Mi dicevano di non mollare, di cambiare rapporto e di avvicinarmi al traguardo. C'era e c'è scritto tuttora che lassù magari non c'è una bella veduta ma c'è qualcosa simile alla soddisfazione. Alla felicità. E in fondo viviamo anche di questo, no? Di traguardi da tagliare e sorrisi da mettere in mostra.

Sulla mia strada vecchi e nuovi amici, ma anche un pedone come tanti. Il signor Italo, disgraziatamente investito ai primi di maggio con una manovra maldestra nello stesso giorno in cui la sempreverde Simona mi aveva prestato i suoi appunti per l'esame. Eleonora e company lo definirebbero un segno del destino. E stavolta, vi dirò, voglio crederci. Perché Italo si alza, ci guarda e decide -  dopo una decina di minuti  - di lasciare tutto come sta. Dice che non si è fatto niente e che non c'è bisogno dell'ospedale. Non finirò mai di ringraziarlo nonostante si fosse buttato al centro della corsia così, senza leggere ne' scrivere.

Simona ed Eleonora, dicevo, ma ci sono stati anche Gildo, Ivan e tanti altri in questo tortuoso avvicinamento all'esame. Un esame che non va festeggiato, lo preciso, perché ho fatto solo quello che avrei dovuto fare un anno fa, ma che pone lo striscione del traguardo un tantino più vicino mentre io resto in sella. Accanto ai soliti sorrisi contagiosi e alla voglia di non pensare a niente. Ora è tutta una questione di nervi.

Amici, un giorno non troppo lontano vi porterò sul podio. E ci terremo tutti per mano...

FRANCIO

lunedì 1 luglio 2013

Fuori dal tempo






4 Marzo (1943).

Osservi le sue movenze e parte in sottofondo. La voce di un giovane Dalla, il suono del violino e l'immagine di un passato in bianco e nero dal quale sembra venuta fuori. Perchè lei, ne sono certo, arriva proprio da lì. Ha l'aria di essere uscita da un film di Fellini, quelli degli anni Sessanta. Il suo modo di porsi è aldilà di ogni logica e concezione.
E' fuori dal tempo.
Porta una gonna che poche indosserebbero ma che abbinata ad un sorriso perfetto, candido e sincero, la rende un capolavoro. Quel sorriso non lo dimentichi facilmente. Può distruggerti il cuore e rimetterlo a posto in venti miseri secondi. Prima ti affossa, poi ti porta sulla luna. Il biglietto è di andata e ritorno, purtroppo, perchè lei è fatta così.  Mette allegria anche ad un cimitero.
Ha uno stereo che sembra un giradischi e al dito un anello rosso che pare un fiocco ma è in realtà uno zircone. Un diamante dal valore inestimabile.
Gli occhi di perla trasmettono dolcezza ed ispirano riflessioni lunghe mesi, magari anni. Sono certo di aver visto la sua sagoma su un palazzo di Madrid ma anche nella metro di Valencia. In realtà, ma questa è pura follia, mi sorge il dubbio che non l'avessi già sognata prima ancora di conoscerla.
Rientra tutto nella logica illogica di un rapporto mai definito che diviene infinito. Perchè con una così non finisci mai nè di stupirti nè di sentirti migliore. E' una di quelle che esistono, vivono, e per fortuna ti vogliono anche un bene immenso.
Quando sono giù di morale, faccio a cazzotti con la vita e non capisco più niente di ciò che mi gira intorno, corro da lei.

Indosso gli occhiali, macino chilometri, piango, rido, impazzisco,
ma poi le tendo la mano, lei mi tende la sua e usciamo insieme un po' fuori.
Fuori dal tempo. 

Frà


sabato 22 giugno 2013

Quello che non trovate sui libri




Una conchiglia che sussurra modernità, questa è Valencia. Intanto il vento che l'abbraccia ti accarezza la pelle, allontana i pensieri e scatena suggestione.

Ci sono sei delfini, di cui non conosco il nome. Ammaliano una folla colma di gioventù, mentre un leone marino trasmette il senso di umanità sconosciuto all'umanità stessa.

Nella vita non si finisce mai di imparare, ma certe cose sui libri non ci sono scritte. Comprate una qualunque guida turistica, sfogliatene le pagine, poi gettatela pure via. Il profumo della carta e della stampa potrà anche piacervi ma non riuscirà mai a pareggiare ciò che vedrete con gli occhi. Ciò che bagnerà i vostri capelli, prenderà le vostre mani e bacerà le vostre guance.

La vita non è teoria. Non solo, almeno. E' soprattutto pratica. Ti capita di pensarlo quando all'interno del Mestalla -  lo stadio di Valencia - fai un respiro profondo ed assapori la storia. Non la storia del calcio, altrimenti sarebbe banalità pura. Mi riferisco ad una cultura, ad una fede che va aldilà della palla rotolante. La signora incaricata a condurci nella pancia di uno dei tempi del calcio europeo ha gli occhi lucidi quando gli chiedo del futuro della squadra locale: "Lo stadio è sempre pieno, ma siamo sommersi dai debiti. Il Valencia sta soffrendo tanto, ha le tasche vuote. Consoliamoci con il passato...".

Capita spesso che ci si consoli con il passato. E' un ritornello noto a tutti. Io sono il primo a cantarlo con tutti quei ricordi spruzzati qua e là all'interno del mio blog. Una cosa è certa: entrare ed uscire dal Mestalla, parlare con quella donna, mi ha fatto sentire una persona nuova, lo ammetto. Eppure nè io nè il mio migliore amico le abbiamo chiesto come si chiamasse. Forse ci ho anche pensato, ad un certo punto della visita, ma ho lasciato correre. E' giusto che in certi casi, proprio come nelle leggende, le persone che incrociano il tuo cammino non debbano avere un nome, ma solo un volto che rimanga impresso nella mente insieme al suo ricordo.

E' quello che più o meno è successo in centro, quando un simpatico cameriere portoghese ci ha spiegato come andassero le cose da quelle parti davanti ad un piatto di Paella: "Volete sapere dov'è la movida? Ve lo spiego subito. Proseguite per duecento metri, poi girate a destra, troverete un vicolo. Al termine del vicolo svoltate a sinistra e poi nuovamente a destra. Poi continuate dritto per cinquecento metri e troverete un altro vicolo che vi condurrà a Plaza de la Virgin, nel Barrio del Carmen. Lì c'è tutto quello che cercate. Non è lontano.".

Ovviamente ci perdemmo.

Quella sera, a cena, accanto a noi c'era un gruppo di inglesi di età avanzata. Tre di Nottingham ed una di Manchester. Il leader carismatico dei quattro era un tifoso del Brighton, la persona giusta con cui abbozzare un discorso sul calcio. La donna di Manchester mi stupì intervenendo all'improvviso: "Did you stay in England, guy? Your English is perfect!" (Sì, vabbè, e tu sei Queen Elizabeth...).
Poi vidi sul loro tavolo il boccale di Sangria. Era vuoto, non era rimasta neanche una goccia. E tutto a quel punto mi fu chiarissimo...

Nella foto, lo chef Francio. A sinistra il braccio di uno dei quattro inglesi. 

See you soon!