A undici mesi dall'ultimo post però ho sentito il bisogno di lasciare un' impronta, un segno tangibile all'interno di una giornata come tante solo all'apparenza. Dopo mille sbattimenti, correzioni e semplificazioni, è probabile che oggi riesca a trovare un compromesso per compiere un passo importante verso la laurea. Chi mi conosce sa che non amo le formalità. I passaggi semplici non sono mai stati il mio forte. Non lo sarà neanche questa tesi, che se tutto va come deve andare avrà come fulcro un argomento misero e semplicistico. Ma mai come oggi avverto dentro me l'importanza del percorso. Qualcuno sostiene che al termine di un viaggio l'emozione del tragitto conti più della meta. Non conosco con certezza la verità, ma mi voglio fidare. Per una volta.
giovedì 13 novembre 2014
Tesi, ma non troppo
mercoledì 15 gennaio 2014
Negli occhi di Brigitte
Il Molise esiste. Ed è una terra meravigliosa. Perfino Castelpagano, il paese della mia infanzia, pur trovandosi in provincia di Benevento ha tutti i contorni di un borgo molisano.
Mi ricorda un po' Macchiagodena, paese dell'Isernino che ho avuto il piacere di assaporare. E' lì che vive la mia amica Brigida insieme alla sua famiglia. Una casa splendida e un clima che solo chi guarda la vita esclusivamente con gli occhi potrebbe definire solitario. Il cuore dice che la natura di quel posto può donare l'ispirazione per qualsiasi cosa. Un libro, una canzone, una poesia.
Ci sono stato solo una volta ma il luogo è di quelli che ti richiamano a sé fortemente, se non altro per farsi scoprire meglio. Non nascondo che la tentazione di tornarci mi stia venendo tutta d'un colpo.
Ciò che mi stupisce maggiormente sta nel collegamento tra Brigida e il suo paese. Con lei ho condiviso diversi anni di università e ogni volta che mi parlava di casa sua io la immaginavo esattamente come l'avrei poi vista di persona. E credo che una volta varcato il confine sia stato proprio questo il mio primo pensiero: "E' esattamente come la dipingevo guardandola negli occhi".
Gli occhi di Brigida parlano di una persona solare, riflessiva e straordinariamente semplice. Racchiudono non solo la tranquillità di Macchiagodena ma anche la curiosità di chi ha fame di avventura, l'estro di chi odia i preconcetti. Si vede fin da subito che ha voglia di scoprire ma è convinta che per girare il mondo non sia necessaria un'automobile. Anzi, l'automobile serve solo se a guidarla è qualcun altro. Preferisce guardarsi intorno, scrutare e capire. E Macchiagodena era il posto giusto per crescere e sviluppare questo senso di curiosità. Che parte da una terra meravigliosa ancora incontaminata ed è destinato ad espandersi in tutto ciò che compie quotidianamente. E c'è un elemento su tutti che sta lì a testimoniarlo: non ama apparire in foto, piuttosto preferisce far apparire in foto ciò che sente dentro.
I suoi occhi lo dicono. La sua presenza, sporadica ma forte, lo testimonia. Brigitte è una persona coraggiosa. Di quelle che nell'ultimo chilometro di una maratona, quando sei senza fiato né gambe, ti impediscono di ritirarti, ti incoraggiano e ti danno ristoro. Succede solo a chi ha capito il vero senso della vita.
Francio
lunedì 30 dicembre 2013
Trema la terra, tremano le gambe
In questo mondo pieno di contraddizioni non posso fare a meno di notare come un avvenimento potenzialmente drammatico possa trasformarsi in motivo di aggregazione. Me ne resi conto con la morte di Giovanni Paolo II per la prima volta, ma in realtà c'erano già state altre prime volte senza nemmeno che me ne fossi accorto. Il Papa era morto ma una folla impressionante di fedeli si ritrovò a fare quadrato, unita nel dolore. Poi altre circostanze drammatiche hanno invaso la mia vita rafforzando questa tesi. Una volta credevo di aver commesso un omicidio, ma per fortuna mi sbagliavo. Ero nella mia Panda, un signore attraversò la corsia d'improvviso e lo investii. Riuscii a frenare all'ultimo secondo solo grazie all'aiuto di chi mi era accanto, altrimenti sarebbe andata diversamente. Sono sicuro che rivedendo quella persona la inviterei a prendere un caffè per scambiare quattro chiacchiere. E sono ancora più sicuro che lui quelle quattro chiacchiere con me le scambierebbe volentieri. Eppure quel giorno potevamo rimetterci al vita entrambi. Lui avrebbe potuto morire, io non avrei sopportato il peso di una cosa simile.
Ma aldilà di questo, delle circostanze che mi portarono a compiere maldestramente un gesto simile e delle conseguenze che si ripercossero sul mio modo di vivere le due settimane successive, resta la stranezza. Le emozioni forti uniscono le persone, e la natura di queste emozioni conta davvero poco.
Circa mezz'ora dopo la scossa di ieri pomeriggio sento squillare il telefono di casa. Il prefisso è di quelli inusuali: "059". Mai visto, ma considerando che era domenica la probabilità che fosse un call center erano minime. La telefonata arrivava da Modena e dall'altro capo del telefono c'era una certa "Zia Grazia". Una voce anziana, che non avevo mai sentito in vita mia. Probabilmente l'avrò anche sentita in passato, ma se così fosse mi gioco qualsiasi cosa che ero talmente piccolo da ricordarmene. "State tutti bene, sono preoccupatissima". Mai sentita per gli auguri, mai vista di persona dopo i 4 anni di età, mai ragionato dell'esistenza di una cugina di mio nonno stabilitasi in Emilia. Eppure era preoccupata per me. Mi chiamava per nome e aveva una voce di quelle che non riescono proprio a fingere.
Chiamiamoli pure legami di sangue, ma cos'è questa telefonata se non qualcosa di aggregante? Ero solo in casa, ma quando sono tornati i miei ho fatto richiamare a quello strano numero. Papà è stato mezz'ora al telefono aggiornando questa zia di eventi verificatisi negli ultimi due, tre anni. Ai tempi del web 2.0 mi è sembrata davvero una cosa fuori dal mondo. Mi ha ricordato di quando giocavo con la palla nel salone dei miei nonni, ancora ignaro di cosa fossero un computer e un cellulare. Un modo alternativo di parlarsi che credo andrà scemando via via. Così come vedo sempre meno bambini conoscere l'esistenza del Subbuteo, gioco da tavolo sul calcio che mi ha giocato un ruolo decisivo sulle mie ambizioni. Prendevo i giocatori, li disponevo in campo e iniziavo a fare una partita da solo. Avevo otto anni, mia nonna era uno splendore e mi ascoltava mentre facevo la telecronaca di un'improbabile partita.
A proposito, nonna... vabbé. Te ne parlo la prossima volta.
Francio
martedì 3 dicembre 2013
Lettera a Santa Claus
Caro Babbo Natale,
sono trascorsi tre lustri da quando ho capito che non esisti per davvero. E quando si comincia a ragionare per lustri, lo sai meglio di me tu che hai i capelli bianchi, vuol dire che ci si sta avviando a non essere più bambini.
Eravamo in macchina fermi ai semafori che dividono il Rione Ferrovia dal resto della città, quando sparisti improvvisamente dal sedile posteriore volando via come un dolce ricordo. Lo sai, ho sempre avuto quel brutto vizio di fare troppe domande a costo di mettere in difficoltà l'interlocutore, eppure quella sera di dicembre tutto partì dai miei genitori: "Ancora non ci hai detto cosa vuoi che ti porti Babbo Natale, perchè non ne parliamo?". Non glielo avevo detto perchè non volevo svelare nulla. Ti avevo scritto una lettera in modo che solo tu sapessi cosa ci fosse scritto all'interno, poi l'avevo nascosta in un cassetto come si usa fare con i sogni.
"Quest'anno non voglio dirvelo, sarà una sorpresa anche per voi". Risposi fieramente dal basso dei miei otto anni. Notai fin da subito che non ne furono felici. Anzi, disorientati è il termine giusto. Avevo condiviso qualsiasi idea con loro fino a quel momento, e nascondergli i contenuti di un mio desiderio doveva sembrargli una cosa da adolescenti, più che da bambini. Ma se c'è una cosa che mi ha sempre lasciato un senso di disagio (e sono certo che sai anche questo...) quella è il silenzio. Mi riferisco al silenzio immotivato, quel genere di silenzio che fa seguito ad un'affermazione seria. Quello che arriva quando invece sei più che sicuro che il tuo interlocutore dirà qualcosa per controbattere.
Niente, loro non parlarono. Non so tu come avresti reagito, ma so quello che feci io. Rincarai la dose. "Ma posso chiedervi perchè volete saperlo?". Niente. Ancora silenzio, silenzio, silenzio. Fino alla domanda più triste, che da ventitreenne ora paragonerei ad un "Quindi non mi ami più?" rivolto alla propria fidanzata in un momento di crisi. "Voi pensate che Babbo Natale non esiste, vero?". Inutile dirlo. Silenzio.
Ho sempre ritenuto che non seppero comportarsi. Nelle parole non furono abbastanza lucidi e le loro menti risultarono incapaci di qualsiasi tipo di improvvisazione. Papà alla guida, mamma accanto e io dietro di loro insieme a te. Avevo otto anni, che a molti potrebbero anche sembrare troppi per un bambino che smette di credere in Santa Claus, ma ti assicuro che non lo sono mai stati per uno che i bambini li adora. Il fatto che quella sera sia ancora stampata nella mia mente, poi, la dice lunga sulla mia ammirazione nei tuoi confronti. Non sono riuscito a dimenticarla nemmeno a distanza di quindici anni, ricordando dettagli che in altre circostanze brucerei in un baleno.
Siamo al 3 dicembre ed è presto per parlare di alberi, regali, renne e qualsiasi altro tipo di cosa legata alla Festività più amata nel mondo, ma ricordo che era proprio di questi tempi che da piccolo impugnavo la penna, prendevo un foglio, e scrivevo righe improbabili colme di complimenti rivolti a te, una sorta di nonno vestito di rosso. Internet ancora non esisteva e le lettere impiegano generalmente diverso tempo per arrivare in Finlandia. Il vantaggio di avere un blog, tuttavia, sta tutto nel poterti scrivere qualcosa senza preoccuparmi della mia terribile calligrafia. Quella è cambiata pochissimo, nonostante gli anni. E' fatta un po' come me...
sono trascorsi tre lustri da quando ho capito che non esisti per davvero. E quando si comincia a ragionare per lustri, lo sai meglio di me tu che hai i capelli bianchi, vuol dire che ci si sta avviando a non essere più bambini.
Eravamo in macchina fermi ai semafori che dividono il Rione Ferrovia dal resto della città, quando sparisti improvvisamente dal sedile posteriore volando via come un dolce ricordo. Lo sai, ho sempre avuto quel brutto vizio di fare troppe domande a costo di mettere in difficoltà l'interlocutore, eppure quella sera di dicembre tutto partì dai miei genitori: "Ancora non ci hai detto cosa vuoi che ti porti Babbo Natale, perchè non ne parliamo?". Non glielo avevo detto perchè non volevo svelare nulla. Ti avevo scritto una lettera in modo che solo tu sapessi cosa ci fosse scritto all'interno, poi l'avevo nascosta in un cassetto come si usa fare con i sogni.
"Quest'anno non voglio dirvelo, sarà una sorpresa anche per voi". Risposi fieramente dal basso dei miei otto anni. Notai fin da subito che non ne furono felici. Anzi, disorientati è il termine giusto. Avevo condiviso qualsiasi idea con loro fino a quel momento, e nascondergli i contenuti di un mio desiderio doveva sembrargli una cosa da adolescenti, più che da bambini. Ma se c'è una cosa che mi ha sempre lasciato un senso di disagio (e sono certo che sai anche questo...) quella è il silenzio. Mi riferisco al silenzio immotivato, quel genere di silenzio che fa seguito ad un'affermazione seria. Quello che arriva quando invece sei più che sicuro che il tuo interlocutore dirà qualcosa per controbattere.
Niente, loro non parlarono. Non so tu come avresti reagito, ma so quello che feci io. Rincarai la dose. "Ma posso chiedervi perchè volete saperlo?". Niente. Ancora silenzio, silenzio, silenzio. Fino alla domanda più triste, che da ventitreenne ora paragonerei ad un "Quindi non mi ami più?" rivolto alla propria fidanzata in un momento di crisi. "Voi pensate che Babbo Natale non esiste, vero?". Inutile dirlo. Silenzio.
Ho sempre ritenuto che non seppero comportarsi. Nelle parole non furono abbastanza lucidi e le loro menti risultarono incapaci di qualsiasi tipo di improvvisazione. Papà alla guida, mamma accanto e io dietro di loro insieme a te. Avevo otto anni, che a molti potrebbero anche sembrare troppi per un bambino che smette di credere in Santa Claus, ma ti assicuro che non lo sono mai stati per uno che i bambini li adora. Il fatto che quella sera sia ancora stampata nella mia mente, poi, la dice lunga sulla mia ammirazione nei tuoi confronti. Non sono riuscito a dimenticarla nemmeno a distanza di quindici anni, ricordando dettagli che in altre circostanze brucerei in un baleno.
Siamo al 3 dicembre ed è presto per parlare di alberi, regali, renne e qualsiasi altro tipo di cosa legata alla Festività più amata nel mondo, ma ricordo che era proprio di questi tempi che da piccolo impugnavo la penna, prendevo un foglio, e scrivevo righe improbabili colme di complimenti rivolti a te, una sorta di nonno vestito di rosso. Internet ancora non esisteva e le lettere impiegano generalmente diverso tempo per arrivare in Finlandia. Il vantaggio di avere un blog, tuttavia, sta tutto nel poterti scrivere qualcosa senza preoccuparmi della mia terribile calligrafia. Quella è cambiata pochissimo, nonostante gli anni. E' fatta un po' come me...
Francesco
lunedì 11 novembre 2013
"Dal face to face a Facebook..."
Ricordo di una ragazza al primo anno di Università, a Campobasso. Aveva una certa vitalità ed una predisposizione innata a risultare anticonformista agli occhi di noi altri. Confessò apertamente - durante una lezione di Sociologia e davanti ad un'aula gremita - di non possedere il computer e di essere totalmente indifferente all'uso dei social network.
Ora vi sarà facile immaginare la reazione dei presenti, professore compreso, davanti ad una dichiarazione simile. Ci fossimo trovati ad una riunione degli alcolisti anonimi o ad una sagra enogastronomica la stranezza non sarebbe stata neppure messa in conto. In realtà eravamo nell'Aula "120" di Viale Manzoni, e per giunta ad una lezione di Sociologia della Comunicazione. Insomma: lì il computer o ce l'hai oppure sei strano.
Sono trascorsi quattro anni e ricordare quell'episodio mi fa ancora un certo effetto. Innanzitutto mi fa presente che sono indietro di brutto con la tabella di marcia relativa alla laurea, ma il nocciolo della questione è rappresentato dal fatto che non ricordi nemmeno il nome di quella ragazza. E non è una dimenticanza giustificata. I nomi dei nostri contatti virtuali, dopotutto, ce li sbattono in faccia i Social. Mica ce li ricordiamo perchè abbiamo un'ottima memoria.
Da quel pomeriggio piovoso molisano, comunque, Facebook ha preso sempre più piede nelle nostre vite e nella mia in particolare. E da quando è arrivato il mio primo smartphone (all'epoca avevo ancora il "vecchio" Nokia N95) sento che la mia esistenza è stata rivoluzionata in modo decisivo. L'umanità che sentivo parte integrante della mia persona è andata via via smarrendosi. Buona parte dei rapporti umani che componevano la mia quotidianità si sono sgretolati per far spazio a finte relazioni virtuali, utili solo illusoriamente a conoscere bene qualcuno.
Non mi sento schiavo della tecnologia, mi sento più che altro schiavo di quella parte di me che non può farne a meno. Quante persone avvertirebbero la nostra mancanza se non fossimo su Facebook e What's App? A quanti interesserebbe davvero di noi, del nostro lato umano? Quanti vorrebbero conoscerci realmente, al di fuori della sfera virtuale? E poi... vi è mai capitato di uscire con una o più persone e scoprire che queste preferiscono guardare il cellulare e chattare con chi non c'è anziché dialogare di persona, guardando negli occhi l'interlocutore?
In un pomeriggio senza redazione, comunicati stampa, articoli e play station, pensare ad un mondo senza mostri come Facebook e la tecnologia 2.0 in generale è stato quanto di più produttivo sia riuscito a fare. La cosa buffa è che tutto sia partito da quella lezione di un po' di tempo fa nell'Aula 120 e che sia strettamente collegato al titolo del mio tema all'esame di maturità: "Dal face to face a Facebook: cambia il modo di comunicare". Ora come ora, con un po' di esperienza in più, correggerei la seconda parte.
Non è cambiato solo il modo di comunicare, è cambiato il modo di vivere.
Frà
venerdì 11 ottobre 2013
Toh, una busta tutta per me!
Quando avevo tredici anni papà mi portò a Torino, a vedere la Juventus. Sua cugina lavorava nel club, quindi avevamo libero accesso agli allenamenti della squadra. Cosa ci sarebbe di strano? - vi starete chiedendo. In realtà nulla, se non fosse che le sedute erano tutte a porte chiuse per volere dell'allenatore, tale Marcello Lippi che poco più tardi ci avrebbe fatto arrampicare sul tetto del mondo, calcisticamente parlando..
Ma questa è un'altra storia.
Quel giorno vidi la macchina di Lippi nel parcheggio, mi avvicinai al finestrino e notai una busta appoggiata sul sedile posteriore. Sopra c'era impresso a penna il destinatario "Al Signor Marcello Lippi". Era una di quelle buste che solitamente vengono utilizzate per contenere le fotografie. Per un po' di giorni mi sono stranamente chiesto a ripetizione cosa ci fosse dentro. "Chissà... tattiche? Foto di squadra? O magari una foto della sua famiglia?". A distanza di tempo dico che mi ponevo quesiti stupidissimi. Saranno anche fattacci suoi, no?!.
Oggi pomeriggio una busta simile è stata recapitata proprio a me, al "Signor Carluccio". Buffo, strano, anomalo, ma la prima cosa che mi è passata per la testa è stato proprio l'episodio di quel pomeriggio del 2003. Identica la domanda: "cosa ci sarà dentro?". La differenza è che stavolta potevo saperlo ccon facilità. La busta era tra le mie mani, non ci sarebbe voluto molto ad aprirla.
Ecco il risultato...
La ritengo una foto bellissima proprio perché non ne sono il protagonista. Anzi, mi verrebbe da chiedere al fotografo cosa volesse inquadrare di preciso. E' l'8 settembre 2013, stadio Carlo Zecchini di Grosseto. Dopo la telecronaca del Ferraris (Sampdoria - Benevento, una serata da sogno che credo appartenga ad una vita parallela), eccomi di fianco ad Antonio per il debutto in campionato. Per chi non lo avesse capito (spero pochi), noi siamo quelli in cima, seduti al tavolo di plastica, "microfonati" e con le cuffie nelle orecchie. Più giù ci sono una serie di componenti della dirigenza giallorossa, ma dalle facce devo dedurre che eravamo ancora in svantaggio 1-0. Sarebbe finita 1-1, il Benevento avrebbe anche potuto vincere, ma ciò che mi interessa maggiormente, ora, è godermi questa fotografia. Di una sconfinata bellezza racchiusa in una sfavillante semplicità.
Frà
mercoledì 9 ottobre 2013
Il saluto più bello
Della vicenda Evacuo ne ho abbastanza. Le cose inutili hanno tutte qualcosa in comune, oltre alla loro futilità. Tutte fanno parlare di sè in modo molto più intenso rispetto alle cose utili. E' un classico. Devo iniziare a pensare che lo si faccia di proposito: approfondiamo gli argomenti di poca sostanza perchè è più semplice affrontare un ragionamento su di essi. Figuriamoci se ci mettiamo a perdere del tempo su argomenti di dibattito più seri, fossero pure il film da consigliare o le preferenze per la cena. No. Il saluto di Felice Evacuo.
Basta. Mi ero promesso di finirla questo pomeriggio. Finalmente un giorno libero dopo 72 ore di puro stress, spese a dare spiegazioni a chiunque mi trovassi a tiro, a scrivere trattati sulla questione, a sfogarmi con la gente a cui voglio maggiormente bene. Basta perchè, fondamentalmente, di questo passo la voglia di entrare in uno stadio non ti viene nemmeno lontanamente. Neppure se devi andarci a scrivere, a fare il lavoro che sognavi da bambino.
E così ho deciso di andare dal barbiere. Ogni volta che vado dal barbiere penso che presto o tardi non ci andrò più. Non per una scelta personale, ma perchè la natura ha voluto così. Quindi eccomi qua ad aspettare che arrivi il mio turno in salotto. Di là una voce familiare chiede opinioni sulla vicenda al "coiffeur": "Pasquà, ma che ne pensi del caso del secolo?"
Al che, incuriosito, drizzo le antenne. Non potevano certo riferirsi ad Evacuo, al suo saluto di ringraziamento alla tifoseria della Nocerina e alla reazione dei beneventani. Poi, senza trovare risposta dall' artista del capello, ecco che il cliente prosegue: "Ma Pasquà qui c'è gente che muore a Lampedusa per scappare alla guerra, persone che si suicidano per la disoccupazione. Vorrei una tua opinione da profano: questo saluto è davvero una cosa grave?".
Pasquale non segue il Benevento, è chiaramente in difficoltà. Per dirla in termini calcistici, sta subendo un pressing asfissiante e l'unica cosa che può fare è gettare la palla in corner, o al meglio in fallo laterale: "Professò, guardate. E' il vostro giorno fortunato. E' appena arrivato un giornalista. Lui sa tutto, vi spiegherà i dettagli".
Faccio orecchie da mercante, tanto sono nell'altra stanza, leggo una rivista che non parla di calcio. Ascolto una canzone che non ha niente a che fare con il calcio e sono seduto accanto ad uno che ha l'aria di poter intendersi di tutto. Fuorchè di calcio.
"Francesco, ti va di spiegare al professore come sono andate le cose?". Eccola là. Tre giorni a ripetere i fatti, a scriverli, a commentarli e finalmente ad evitarli, che mi ci ritrovo di nuovo magicamente dentro.
"Buonasera professor...Morelli!?"
Anni che non lo vedevo. Era proprio lui, il mio prof di francese alle medie. Invecchiato di un po', devo dire, ma lo stile è sempre il solito. Beige prevalente su tutto, gusto discutibile nel vestire. Il prototipo del giornalista degli anni Ottanta.
"Insomma, vuole sapere di Evacuo? Mi dica prima se si ricorda di me però..."
Qualche tentennamento. Sta tagliando i capelli, quindi mi osserva attraverso lo specchio.
- "Francesco Carluccio. Bene, quanto tempo sarà passato? Quindici anni?"
- "Qualcosa in meno prof. Qualcosina in meno..."
Ricordo che Morelli aveva la tessera di giornalista. E' a lui che l'ho vista per la prima volta. E devo proprio a lui la conoscenza dell'oggetto. Senza il suo corso pomeridiano di giornalismo - pressochè inutile, va detto - probabilmente avrei saputo della tessera cinque o sei anni dopo. Un dettaglio irrilevante, certo, ma pur sempre un dettaglio.
A quel punto si parla di Evacuo, ma poco, perchè nel mio pomeriggio libero non c'è spazio per il calcio. Glielo faccio presente e lui accetta di buon grado. Mi invita a prendere un caffè: "Vieni pure a casa mia, un giorno di questi. Abito al palazzo all'angolo. Parliamo un po' di tutto. Mi ha fatto immensamente piacere".
Paga e se ne va. Saluta pure Pasquale, a cui dice qualcosa sul mio conto. Doveva ricordarsi di me per forza, perchè avrò preso cinque o sei note di merito da parte sua. Il francese sarebbe stata la mia seconda lingua se solo mi fossi applicato. Evidentemente non l'ho fatto, pur avendo una predisposizione naturale ad apprenderlo.
D'altra parte lo dico sempre: "a cap è na sfogl e cipoll".
O meglio, "la tête est une feuille d'oignon"...
Frà
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