sabato 27 luglio 2013
Un longobardo a Nocera Umbra
E' passato già tanto tempo da quella settimana di solitudine.
Era il mese di luglio dell'estate 2010, una delle meno difficili della mia interminabile giovinezza. Già, perchè a tre anni di distanza non ne voglio proprio sapere di diventare adulto, quindi mi diletto a tirare qualche ricordo fuori dal cilindro.
Oggi, aprendo il giornale, ho letto dell'exploit dell'Associazione Benevento Longobarda che dall'anno scorso si è caricata sulle spalle il peso di ravvivare la scarna estate sannita.
"Invitati a Nocera Umbra per insegnare ed illustrare l'importanza della scrittura longobarda", si legge sull'articolo di Ottopagine che ne commenta le gesta.
Tra di loro c'è anche un'amica di questo blog, Antonella, che non ha pensato per niente di avvisarci della sua partenza facendo qualcosa in piena coerenza con la sua personalità: zero proclami, tante azioni. Nella maggior parte dei casi buone, perchè è folle, pazza, ma buona come il pane.
Antonella è lì, in quello che nell'estate 2010 definii il "paese fantasma". Due supermercati, quattro bar, tre alberghetti e forse un B&B. Un paese nemico della connessione ad internet.
Ah sì, c'è anche un campo da calcio niente male ma che con il primo acquazzone diventa fanghiglia, oltre all'appuntamento annuale con un Palio ben diverso da quello di Siena. Un palio strano che attira nei primi di agosto un bel po' di gente, di vino e di competizione. Si scannano per una coppa manco se si stessero giocando un campionato mondiale di calcio. Ma sono felici, e questo è ciò che conta maggiormente. Per loro e per chi li osserva.
Nel millenovecentonovantasette il paesello - stilisticamente bellissimo, va detto - fu martoriato dal sisma che colpì l'Umbria e le Marche. Una brutta batosta per chiunque. Un duro colpo alla storia e alla tradizione oltre che ai ricordi dei più anziani. Spiegazioni difficili da trovare, testimoniate dalle crepe presenti sui palazzi. Con i nomi non ho mai avuto una certa dimistichezza, ma il proprietario dell'Hotel Flaminio risultò essere fin da subito una bravissima persona. Ero lì per seguire il Benevento, per la prima volta da giornalista. E poi lo sanno tutti ormai, il ritiro estivo mi ha sempre affascinato. Peccato che quest'anno sia saltato tutto, ma mi rifarò nelle prossime stagioni. Ora è tempo di soffrire, un giorno sarà periodo di raccolta.
Quell'esperienza mi catapultò per un attimo nel mondo dei grandi. Ero l'unico reporter al seguito e braccai la squadra per cinque giorni davvero intensi. Scrissi un diario, documentai tutto con filmati e fotografie.
Non dormivo. Scrivevo.
E facevo quello che sognavo fin da bambino, in totale relax e spensieratezza. Vissi una delle settimane più belle in assoluto, accarezzato dal vento umbro e dalla storia che si respirava lassù, tra un'aiuola ed un mattoncino medievale. Ricordo che la mia stanza affacciava su un bar. E che il bar aveva un jukebox. Canzone preferita dagli abitanti del posto: Alejandro, di Lady Gaga. Un supplizio. Alle 8, quando il bar apriva i battenti, mi svegliavo con quella musica. La riproponevano ininterrottamente tutto il giorno alternata a volte con il sempreverde Zucchero. E lì si viaggiava con la fantasia, perchè le colline all'orizzonte erano proprio quelle che descrive nelle sue canzoni.
Immagini varie nella mia mente. Ma vi rendete conto di cosa possa fare un banale articolo?
A volte non so dirlo nemmeno io. Ci sono giorni in cui odio il mio lavoro e giorni in cui non potrei proprio farne a meno. Questo sabato appartiene alla seconda categoria, e me lo godo tutto. Fino all'ultimo attimo.
Frà
domenica 21 luglio 2013
Un anno in un giorno... (meno tre!)
Scrivere è l'unica cosa che conta.
Non so perché, ma la mente mi fotografa un'immagine. E' quella di un bimbo che tira con la manina la gonna della mamma per chiederle di comprargli le caramelle. Siamo a quei livelli lì. Datemi una tastiera, e io vi cambierò il mondo. E a quel punto sarà un po' come avere tra le mie grinfie quel pacco di caramelle. Un po' come passeggiare al centro di una strada deserta con la sola compagnia della "dea ispirazione". In piena asocialità. Io, la strada deserta e l'ispirazione. Visione fantastica per chiunque ama immaginare e buttare giù qualche rigo con passione.
Ma in realtà l'astrazione stavolta l'abbandono per una giusta causa. E quella giusta causa è l'esame di Filosofia Politica, sostenuto esattamente un anno dopo quello di Storia dell'Arte. Trecentossessantacinque giorni senza dare un esame; un record vero e proprio che ha seriamente rischiato di protrarsi.
Perchè riprendere a scalare la montagna dopo essersi fermati bruscamente non è mai facile. Ci vuole una forza diversa da quella comune e forse non basta la forza di un solo uomo. Ci vuole il sostegno della gente, roba tipo i cori da stadio, gli incitamenti, gli striscioni. E su quella salita che sto ancora percorrendo di striscioni ne ho trovati tanti. Mi dicevano di non mollare, di cambiare rapporto e di avvicinarmi al traguardo. C'era e c'è scritto tuttora che lassù magari non c'è una bella veduta ma c'è qualcosa simile alla soddisfazione. Alla felicità. E in fondo viviamo anche di questo, no? Di traguardi da tagliare e sorrisi da mettere in mostra.
Sulla mia strada vecchi e nuovi amici, ma anche un pedone come tanti. Il signor Italo, disgraziatamente investito ai primi di maggio con una manovra maldestra nello stesso giorno in cui la sempreverde Simona mi aveva prestato i suoi appunti per l'esame. Eleonora e company lo definirebbero un segno del destino. E stavolta, vi dirò, voglio crederci. Perché Italo si alza, ci guarda e decide - dopo una decina di minuti - di lasciare tutto come sta. Dice che non si è fatto niente e che non c'è bisogno dell'ospedale. Non finirò mai di ringraziarlo nonostante si fosse buttato al centro della corsia così, senza leggere ne' scrivere.
Simona ed Eleonora, dicevo, ma ci sono stati anche Gildo, Ivan e tanti altri in questo tortuoso avvicinamento all'esame. Un esame che non va festeggiato, lo preciso, perché ho fatto solo quello che avrei dovuto fare un anno fa, ma che pone lo striscione del traguardo un tantino più vicino mentre io resto in sella. Accanto ai soliti sorrisi contagiosi e alla voglia di non pensare a niente. Ora è tutta una questione di nervi.
Amici, un giorno non troppo lontano vi porterò sul podio. E ci terremo tutti per mano...
Non so perché, ma la mente mi fotografa un'immagine. E' quella di un bimbo che tira con la manina la gonna della mamma per chiederle di comprargli le caramelle. Siamo a quei livelli lì. Datemi una tastiera, e io vi cambierò il mondo. E a quel punto sarà un po' come avere tra le mie grinfie quel pacco di caramelle. Un po' come passeggiare al centro di una strada deserta con la sola compagnia della "dea ispirazione". In piena asocialità. Io, la strada deserta e l'ispirazione. Visione fantastica per chiunque ama immaginare e buttare giù qualche rigo con passione.
Ma in realtà l'astrazione stavolta l'abbandono per una giusta causa. E quella giusta causa è l'esame di Filosofia Politica, sostenuto esattamente un anno dopo quello di Storia dell'Arte. Trecentossessantacinque giorni senza dare un esame; un record vero e proprio che ha seriamente rischiato di protrarsi.
Perchè riprendere a scalare la montagna dopo essersi fermati bruscamente non è mai facile. Ci vuole una forza diversa da quella comune e forse non basta la forza di un solo uomo. Ci vuole il sostegno della gente, roba tipo i cori da stadio, gli incitamenti, gli striscioni. E su quella salita che sto ancora percorrendo di striscioni ne ho trovati tanti. Mi dicevano di non mollare, di cambiare rapporto e di avvicinarmi al traguardo. C'era e c'è scritto tuttora che lassù magari non c'è una bella veduta ma c'è qualcosa simile alla soddisfazione. Alla felicità. E in fondo viviamo anche di questo, no? Di traguardi da tagliare e sorrisi da mettere in mostra.
Sulla mia strada vecchi e nuovi amici, ma anche un pedone come tanti. Il signor Italo, disgraziatamente investito ai primi di maggio con una manovra maldestra nello stesso giorno in cui la sempreverde Simona mi aveva prestato i suoi appunti per l'esame. Eleonora e company lo definirebbero un segno del destino. E stavolta, vi dirò, voglio crederci. Perché Italo si alza, ci guarda e decide - dopo una decina di minuti - di lasciare tutto come sta. Dice che non si è fatto niente e che non c'è bisogno dell'ospedale. Non finirò mai di ringraziarlo nonostante si fosse buttato al centro della corsia così, senza leggere ne' scrivere.
Simona ed Eleonora, dicevo, ma ci sono stati anche Gildo, Ivan e tanti altri in questo tortuoso avvicinamento all'esame. Un esame che non va festeggiato, lo preciso, perché ho fatto solo quello che avrei dovuto fare un anno fa, ma che pone lo striscione del traguardo un tantino più vicino mentre io resto in sella. Accanto ai soliti sorrisi contagiosi e alla voglia di non pensare a niente. Ora è tutta una questione di nervi.
Amici, un giorno non troppo lontano vi porterò sul podio. E ci terremo tutti per mano...
FRANCIO
lunedì 1 luglio 2013
Fuori dal tempo
4 Marzo (1943).
Osservi le sue movenze e parte in sottofondo. La voce di un giovane Dalla, il suono del violino e l'immagine di un passato in bianco e nero dal quale sembra venuta fuori. Perchè lei, ne sono certo, arriva proprio da lì. Ha l'aria di essere uscita da un film di Fellini, quelli degli anni Sessanta. Il suo modo di porsi è aldilà di ogni logica e concezione.
E' fuori dal tempo.
Porta una gonna che poche indosserebbero ma che abbinata ad un sorriso perfetto, candido e sincero, la rende un capolavoro. Quel sorriso non lo dimentichi facilmente. Può distruggerti il cuore e rimetterlo a posto in venti miseri secondi. Prima ti affossa, poi ti porta sulla luna. Il biglietto è di andata e ritorno, purtroppo, perchè lei è fatta così. Mette allegria anche ad un cimitero.
Ha uno stereo che sembra un giradischi e al dito un anello rosso che pare un fiocco ma è in realtà uno zircone. Un diamante dal valore inestimabile.
Gli occhi di perla trasmettono dolcezza ed ispirano riflessioni lunghe mesi, magari anni. Sono certo di aver visto la sua sagoma su un palazzo di Madrid ma anche nella metro di Valencia. In realtà, ma questa è pura follia, mi sorge il dubbio che non l'avessi già sognata prima ancora di conoscerla.
Rientra tutto nella logica illogica di un rapporto mai definito che diviene infinito. Perchè con una così non finisci mai nè di stupirti nè di sentirti migliore. E' una di quelle che esistono, vivono, e per fortuna ti vogliono anche un bene immenso.
Quando sono giù di morale, faccio a cazzotti con la vita e non capisco più niente di ciò che mi gira intorno, corro da lei.
Indosso gli occhiali, macino chilometri, piango, rido, impazzisco,
ma poi le tendo la mano, lei mi tende la sua e usciamo insieme un po' fuori.
Fuori dal tempo.
Frà
sabato 22 giugno 2013
Quello che non trovate sui libri
Una conchiglia che sussurra modernità, questa è Valencia. Intanto il vento che l'abbraccia ti accarezza la pelle, allontana i pensieri e scatena suggestione.
Ci sono sei delfini, di cui non conosco il nome. Ammaliano una folla colma di gioventù, mentre un leone marino trasmette il senso di umanità sconosciuto all'umanità stessa.
Nella vita non si finisce mai di imparare, ma certe cose sui libri non ci sono scritte. Comprate una qualunque guida turistica, sfogliatene le pagine, poi gettatela pure via. Il profumo della carta e della stampa potrà anche piacervi ma non riuscirà mai a pareggiare ciò che vedrete con gli occhi. Ciò che bagnerà i vostri capelli, prenderà le vostre mani e bacerà le vostre guance.
La vita non è teoria. Non solo, almeno. E' soprattutto pratica. Ti capita di pensarlo quando all'interno del Mestalla - lo stadio di Valencia - fai un respiro profondo ed assapori la storia. Non la storia del calcio, altrimenti sarebbe banalità pura. Mi riferisco ad una cultura, ad una fede che va aldilà della palla rotolante. La signora incaricata a condurci nella pancia di uno dei tempi del calcio europeo ha gli occhi lucidi quando gli chiedo del futuro della squadra locale: "Lo stadio è sempre pieno, ma siamo sommersi dai debiti. Il Valencia sta soffrendo tanto, ha le tasche vuote. Consoliamoci con il passato...".
Capita spesso che ci si consoli con il passato. E' un ritornello noto a tutti. Io sono il primo a cantarlo con tutti quei ricordi spruzzati qua e là all'interno del mio blog. Una cosa è certa: entrare ed uscire dal Mestalla, parlare con quella donna, mi ha fatto sentire una persona nuova, lo ammetto. Eppure nè io nè il mio migliore amico le abbiamo chiesto come si chiamasse. Forse ci ho anche pensato, ad un certo punto della visita, ma ho lasciato correre. E' giusto che in certi casi, proprio come nelle leggende, le persone che incrociano il tuo cammino non debbano avere un nome, ma solo un volto che rimanga impresso nella mente insieme al suo ricordo.
E' quello che più o meno è successo in centro, quando un simpatico cameriere portoghese ci ha spiegato come andassero le cose da quelle parti davanti ad un piatto di Paella: "Volete sapere dov'è la movida? Ve lo spiego subito. Proseguite per duecento metri, poi girate a destra, troverete un vicolo. Al termine del vicolo svoltate a sinistra e poi nuovamente a destra. Poi continuate dritto per cinquecento metri e troverete un altro vicolo che vi condurrà a Plaza de la Virgin, nel Barrio del Carmen. Lì c'è tutto quello che cercate. Non è lontano.".
Ovviamente ci perdemmo.
Quella sera, a cena, accanto a noi c'era un gruppo di inglesi di età avanzata. Tre di Nottingham ed una di Manchester. Il leader carismatico dei quattro era un tifoso del Brighton, la persona giusta con cui abbozzare un discorso sul calcio. La donna di Manchester mi stupì intervenendo all'improvviso: "Did you stay in England, guy? Your English is perfect!" (Sì, vabbè, e tu sei Queen Elizabeth...).
Poi vidi sul loro tavolo il boccale di Sangria. Era vuoto, non era rimasta neanche una goccia. E tutto a quel punto mi fu chiarissimo...
Nella foto, lo chef Francio. A sinistra il braccio di uno dei quattro inglesi.
See you soon!
giovedì 13 giugno 2013
Il mio primo appuntamento
Ben ritrovata gente di Camera con Vista!
Se siete ancora sintonizzati sulle mie frequenze ve ne sono immensamente grato. Ho trascurato il blog per un po' ma non l'ho fatto di proposito. E' tutta una questione di esposizione. Non so perché, ma ultimamente mi riesce difficile buttare giù qualcosa nonostante le idee fiocchino come neve. Dal 27 aprile, giorno del mio ultimo intervento, me ne sono successe talmente tante che potrei scriverci un romanzo ma il problema è che non saprei da dove cominciare. Ecco perché ho preso la decisione di non iniziare affatto: niente di niente. Si fa un bel salto di un mese e mezzo e ci si proietta direttamente a ieri pomeriggio, quando in giardino mi sono trovato davanti un libro che non vedevo da anni: "Le avventure di Tom Sawyer".
Quanti di voi lo conoscono? Il nome vi dice qualcosa? Non importa. Il libro in sè non mi interessa, mi interessa più che altro ciò che ha rappresentato. Era tutto impolverato, doveva essere rimasto nel gabbiotto prima che iniziassero i lavori per risistemare il retro della casa. Nel prendere qualche attrezzo i miei zii lo avranno tirato fuori esponendolo involontariamente alle grinfie di Nando che di solito mangia di tutto. Rischio altissimo ma stavolta curiosamente il cane ha lasciato in pace l'oggetto e non posso che ringraziarlo.
Arrivo al punto: volendo giocare un po' con le parole come amo spesso fare, potrei definire Tom Sawyer il mio "tom tom". Il mio navigatore alla scoperta del mondo della "parola". L'edizione che ho appena ritrovato è quella per bambini ed è stata stampata nel 1990, il mio anno di nascita. Ho ricordi nitidi di quel libro, ma non della trama. Il perché è semplice: è stato il primo libro che ho letto, riletto e riletto ancora con lo scopo di imparare come si facesse. Era la primavera del 1996 quando avevo appena finito l'ultimo anno di asilo e mamma chiese a mia cugina - che ha cinque anni più di me - il favore di insegnarmi a leggere. Le intuizioni di mia madre sono sempre state geniali. Ha sempre voluto che avessi una marcia in più in tutto e ancora oggi non mi spiego perché non mia abbia fatto fare la primina. Voleva che imparassi a leggere in anticipo per capire meglio le dinamiche del nuovo mondo con cui mi sarei trovato a che fare. E in effetti aveva ragione. Grazie a quel cambio di marcia, a mia cugina e alle mattinate primaverili ed estive di quel '96 in cui sacrificai le macchinine per "Tom", imparai ciò che i miei futuri compagni di scuola avrebbero appreso in mesi e mesi di pratica.
La cosa mi prese fin da subito, non so esattamente perché. Forse per il mio amore eterno verso le sfide, Forse perchè non vedevo l'ora di sfogliare i libri che c'erano sullo scaffale senza soffermarmi sulle figure. O forse ce l'avevo nel sangue già da bambino, chissà. Magari adesso avessi quell'intraprendenza anche nello studio dei testi universitari! Se fossi come il "Francesco bambino", avrei la strada spianata quotidianamente, ne sono certo!
Faccio un attimo il romantico. Quello con Tom Sawyer lo definisco il mio "primo appuntamento". Il primo impatto con un mondo, il "mondo delle parole", che mi ha sempre affascinato. Certo, sapevo già parlare bene a sei anni compiuti, ma imparare a leggere è un'altra cosa. Si apprende ciò che è impresso sulla carta, sui muri, ovunque...
Ancora oggi vorrei imparare ogni giorno nuove parole ma la difficoltà resta quella di sempre: saperle usare in base al contesto. A volte bisogna essere scaltri nel capire con chi si ha a che fare per evitare che ti scambino per quello che non sei. Altre, invece, devi furbescamente mostrarti proprio per quello che non sei per evitare di mettere a disagio il tuo interlocutore. Raramente ci riesco, perché alla fine scelgo di essere me stesso. Potrei definirla "deformazione professionale" ma non escludo che si tratti della "sindrome di Tom". In fondo fingere non fa mai bene, l'ho sempre detto!
Passo e chiudo. Il libro ha bisogno di una rispolverata...
Francio
sabato 27 aprile 2013
L'importanza di essere numeri uno
C'è un romanzo di Paolo Giordano che regalai a mia cugina Floriana lo scorso Natale. Uno di quelli che hanno sbarcato il lunario, ma non sono sicuro che lei lo abbia iniziato a leggere. Anzi, forse non lo ha mai neanche aperto per sfogliarne le pagine. Sta di fatto che è stato proprio quel romanzo a fornirmi l'assist per il titolo di questo intervento. Perché se i numeri primi soffrono di solitudine, i numeri uno soffrono altrettanto di importanza.
Ora vi starete chiedendo come diamine si può "soffrire di importanza". Beh, la risposta non la so, ma so per certo che si può.
Tutto questo per dirvi che oggi voglio trasgredire, liberarmi dall'ipocrisia, farmi scivolare addosso le critiche. Troppe volte sono stato severo con me stesso perché ho utilizzato un termine di paragone decisamente complesso. Ho messo a confronto la mia personalità con la personalità perfetta, uscendone logicamente sempre sconfitto. Ma è lì che sbagliavo. Perché i numeri uno non sono i perfetti, quelli che non sbagliano mai. I numeri uno sono le persone che emergono all'interno di una cerchia più o meno vasta.
Prendiamo due mostri della pittura, ad esempio: Vincent Van Gogh e Pablo Picasso. Io non sono un esperto, mi limito ad osservare i quadri andando oltre con la mia fantasia. Non ho mai pensato di interpretare un quadro di questi due secondo i loro dettami, ma secondo i miei, e non credo sia un limite a dispetto di quanto vogliano far credere i critici.
Van Gogh e Picasso sono entrambi dei numeri uno. Hanno vissuto in età leggermente differenti, ma se pure fossero stati coetanei sarebbero entrambi saliti sul gradino più alto del podio nel loro genere. Non perché fossero perfetti, ma perché emergevano. Perché avevano qualcosa che altri sognavano di avere. Chiamatelo "quid", chiamatelo "valore aggiunto", chiamatelo "dono". In ogni caso avevano una marcia in più.
Questi sono i numeri uno, e ci ho messo davvero tanto a capirlo che quasi me ne vergogno. Ho trascorso tempo ad inserire in questa categoria persone che non ne facevano parte, ma è stato un errore mio di cui mi assumo le responsabilità. Nella vita si può sbagliare, si può cadere. L'importante è rendersene conto e trovare la forza di rialzarsi.
Giusto sette giorni fa ho vissuto la gioia sportiva più grande della mia vita. E la cosa buffa è che di mezzo non ci fosse un pallone rotolante su un prato verde. C'era la pallamano. Mi sono reso conto di essere partecipe in prima persona dell'impresa quando a tre giornate dalla fine del campionato ho visto piangere delle persone per quello che avevo scritto qualche ora prima. E' stata una sensazione stranissima e non per i complimenti ma per il coinvolgimento emotivo. Non credevo che le mie parole potessero fare questo. Non mi davo tutta questa capacità.
Poi ho parlato con altre persone, che mi seguono assiduamente nel pensare e nello scrivere ed ho capito che forse un principio di verità in quei complimenti c'era. Ho sentito o letto le voci di Mabel, Simona, Sara, Vanessa, Eleonora, Massimo, Gildo, Giulia, Carlo, Manuel e Alessio. Le ho sentite forti nelle orecchie ma soprattutto nel cuore. Erano sincere.
Ho metabolizzato tardi ma finalmente capito che dovevo finirla di mettermi alla stregua di chi non mi ha mai apprezzato a fondo. Di stare dietro ai numeri due, tre, quattro, cinque. Un giorno forse diverranno anche loro numeri uno per qualche persona o per qualche titolo acquisito, ma per il momento non mi fanno compagnia in questo traffico di numeri uno.
Chi mi conosce sa che raramente mi attribuisco meriti. Sono permaloso, questo sì, ma non pecco di presunzione. Stamattina - in questo grigio sabato mattina - mi andava di urlare a me stesso che non sono secondo a nessuno. Pure la mia faccia, vista allo specchio, sembra meno stanca del solito nonostante il consueto mal di testa post-venerdì.
Proprio quello sguardo perso nel sonno mi ha spronato a scrivere qualcosa di diverso, di più incisivo. Di più diretto. Ne è uscita una sorta di autocelebrazione forse antipatica, scomoda e sgradevole che mi ha portato a paragonarmi a mostri della pittura. La differenza è che loro avevano e continuano ad avere una cerchia di seguaci immensa, io molto più concentrata ma non per questo meno importante.
Le cose sentite sono sempre le più belle, perché sono vere e sincere.
Perché sono da numeri uno. E io, Francesco Carluccio, sono un numero uno.
FRANCIO
mercoledì 27 marzo 2013
Un incontro fuori dal tempo.
Lei camminava a testa alta, con lo sguardo dolce e fiero, proseguendo per la sua strada su uno dei tanti marciapiedi storici di Benevento. Io avevo appena parcheggiato la mia automobile in divieto di sosta, fiero a mia volta di aver trovato un parcheggio che fosse ad un tiro di schioppo dalla redazione. Tanto lì i vigili non sono mai passati a controllare.
I miei occhi l'avevano inquadrata già nel momento in cui le mani erano intente a tirare su il freno a mano. I suoi occhi, invece, mi hanno scrutato pochi secondi dopo. Il tempo di uscire dall'auto e sentire quel brivido che tre, al massimo quattro persone hanno saputo regalarmi finora. Una di queste è Carmen Amelio.
Non mi sono mai chiesto quanti anni avesse quando vestivo il grembiule azzurro, quindi non me lo chiedo neanche adesso. Quelle come lei sono donne senza età. Vivono sospese al centro di un vorticoso valzer di piroette che solo il tempo sa regalare. Bene, lei con il tempo ci scherza, ed è una delle poche a riuscirci. In fondo si sa, il tempo è galantuomo e gli uomini galanti raramente abbozzano una risata.
Mentre penso al "chissà se si ricorda di me", le sue immense labbra si muovono:
<<Francesco!>>.
Un nome risuona in via Giuseppe Pasquali, ed è il mio. "Maestra, professoressa, signora? E ora come la chiamo?", penso tra me e me alquanto imbarazzato. Intanto faccio partire un sorriso costruito.
"Non ci posso credere, si ricorda di me..." - continuo a pensare. Alla fine opto per un generico <<Buonasera>>, che non fa mai male.
Non mi andava di classificarla con titoli scolastici o professionali. Mi sarebbe venuto più naturale chiamarla mamma, lo confesso. Nessuna persona è mai più riuscita a farmi imparare una poesia a memoria, nessuna che sia mai stata così determinante nello stimolare la mia voglia di apprendere. Nessuna donna è stata mai così capace di incutermi timore e simpatia allo stesso tempo.
Insomma, era lì, davanti a me: Carmen Amelio. La "maestra Carmen", per gli amici. Insegnava italiano alle mie amate scuole elementari, quando cercava di indirizzarci prima a vivere e poi a capire la grammatica. In fin dei conti le due cose sono abbastanza simili, con un po' di fantasia. E lei riusciva benissimo a coniugarle come verbi.
Oggi, in via Pasquali, aveva la solita luce negli occhi e il solito profumo sulla pelle. Non voleva mollarmi più ma quel che diceva era interessante e coinvolgente. Capelli rossi, labbra carnose, viso giovane ed eleganza unica al mondo. Al collo un foulard attorcigliato in modo particolare. Solo una persona che conosco lo indossa così, ma questo è un dettaglio che credo interessi a pochi.
<<Allora Francesco, della tua vita cosa ne stai facendo?>>
Beh, cosa ne sto facendo. Forse la sto buttando via in chiacchiere.
Questo è ciò che avrei risposto. E invece...
<<Eh, cosa dire. La redazione di Ottopagine è lì dietro, oltre quei palazzi, vicino la chiesa. Collaboro per l'edizione sportiva online. Nel frattempo manca poco alla laurea in Scienze della Comunicazione, ma non so davvero dove sarò tra qualche anno.>>
Bugia. Mancano quattro esami, e considerando la mia testa non sono pochi. Ma dovevo sbrigarmela in qualche modo.
<<Come dici? Sei un giornalista sportivo e la laurea è vicina? Chissà quanto sarà contenta tua madre. Che donna eccezionale, salutamela affettuosamente..>>
Il discorso è iniziato così ma è poi andato avanti a lungo, credo almeno venti minuti. Abbiamo affrontato moltissimi temi e non nascondo che gli occhi erano lucidi come nelle occasioni importanti.
Eravamo io, lei, il suo foulard e la passione per la lingua italiana che non ha mai smesso di trasmettermi. Quando ho avuto dubbi su me stesso, sulle mie ambizioni, ho pensato spesso alle sue lezioni e mi sono tirato su. Penso a tutti quei bambini (o meglio, ragazzi. Oggi si cresce troppo in fretta...) che hanno l'onore di averla davanti ancora. E a cosa si sia perso chi non l'ha mai conosciuta.
<<Con il cuore di una mamma ti auguro tutto il bene del mondo. E mi raccomando. Non dimenticarti mai delle cose semplici: sono loro a fare la differenza>>.
Poi è sparita, come in un film, indirizzando il suo vagare verso Corso Garibaldi.
Io intanto ero lì impietrito ad osservare un altro corso, quello degli eventi.
"Anche questa è storia", mi sono detto. Ho incontrato la mia musa ispiratrice nel momento di massimo bisogno. E le cose, ne sono certo, non accadono mai per caso.
FRANCIO.
- Nota a margine -
Carmen e Carmela sono due nomi che si somigliano molto. Ho una cugina che si chiama allo stesso modo della maestra ed una zia che invece ha il nome "italiano" e a cui dedico questo intervento. Poi c'è un'altra Carmela, precisamente Carmela Tripaldi.
Come dite? Volete sapere chi è? In realtà non lo so neanche io, e non so nemmeno se esiste. Fatto sta che mio cugino Riccardo, il romano, dice che è la mia fidanzata...
Tranquilli voi e tranquillo Riccardo, sono ancora single. Questo affare non lo fa nessuno.
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