sabato 22 giugno 2013

Quello che non trovate sui libri




Una conchiglia che sussurra modernità, questa è Valencia. Intanto il vento che l'abbraccia ti accarezza la pelle, allontana i pensieri e scatena suggestione.

Ci sono sei delfini, di cui non conosco il nome. Ammaliano una folla colma di gioventù, mentre un leone marino trasmette il senso di umanità sconosciuto all'umanità stessa.

Nella vita non si finisce mai di imparare, ma certe cose sui libri non ci sono scritte. Comprate una qualunque guida turistica, sfogliatene le pagine, poi gettatela pure via. Il profumo della carta e della stampa potrà anche piacervi ma non riuscirà mai a pareggiare ciò che vedrete con gli occhi. Ciò che bagnerà i vostri capelli, prenderà le vostre mani e bacerà le vostre guance.

La vita non è teoria. Non solo, almeno. E' soprattutto pratica. Ti capita di pensarlo quando all'interno del Mestalla -  lo stadio di Valencia - fai un respiro profondo ed assapori la storia. Non la storia del calcio, altrimenti sarebbe banalità pura. Mi riferisco ad una cultura, ad una fede che va aldilà della palla rotolante. La signora incaricata a condurci nella pancia di uno dei tempi del calcio europeo ha gli occhi lucidi quando gli chiedo del futuro della squadra locale: "Lo stadio è sempre pieno, ma siamo sommersi dai debiti. Il Valencia sta soffrendo tanto, ha le tasche vuote. Consoliamoci con il passato...".

Capita spesso che ci si consoli con il passato. E' un ritornello noto a tutti. Io sono il primo a cantarlo con tutti quei ricordi spruzzati qua e là all'interno del mio blog. Una cosa è certa: entrare ed uscire dal Mestalla, parlare con quella donna, mi ha fatto sentire una persona nuova, lo ammetto. Eppure nè io nè il mio migliore amico le abbiamo chiesto come si chiamasse. Forse ci ho anche pensato, ad un certo punto della visita, ma ho lasciato correre. E' giusto che in certi casi, proprio come nelle leggende, le persone che incrociano il tuo cammino non debbano avere un nome, ma solo un volto che rimanga impresso nella mente insieme al suo ricordo.

E' quello che più o meno è successo in centro, quando un simpatico cameriere portoghese ci ha spiegato come andassero le cose da quelle parti davanti ad un piatto di Paella: "Volete sapere dov'è la movida? Ve lo spiego subito. Proseguite per duecento metri, poi girate a destra, troverete un vicolo. Al termine del vicolo svoltate a sinistra e poi nuovamente a destra. Poi continuate dritto per cinquecento metri e troverete un altro vicolo che vi condurrà a Plaza de la Virgin, nel Barrio del Carmen. Lì c'è tutto quello che cercate. Non è lontano.".

Ovviamente ci perdemmo.

Quella sera, a cena, accanto a noi c'era un gruppo di inglesi di età avanzata. Tre di Nottingham ed una di Manchester. Il leader carismatico dei quattro era un tifoso del Brighton, la persona giusta con cui abbozzare un discorso sul calcio. La donna di Manchester mi stupì intervenendo all'improvviso: "Did you stay in England, guy? Your English is perfect!" (Sì, vabbè, e tu sei Queen Elizabeth...).
Poi vidi sul loro tavolo il boccale di Sangria. Era vuoto, non era rimasta neanche una goccia. E tutto a quel punto mi fu chiarissimo...

Nella foto, lo chef Francio. A sinistra il braccio di uno dei quattro inglesi. 

See you soon!

giovedì 13 giugno 2013

Il mio primo appuntamento



Ben ritrovata gente di Camera con Vista!

Se siete ancora sintonizzati sulle mie frequenze ve ne sono immensamente grato. Ho trascurato il blog per un po' ma non l'ho fatto di proposito. E' tutta una questione di esposizione. Non so perché, ma ultimamente mi riesce difficile buttare giù qualcosa nonostante le idee fiocchino come neve. Dal 27 aprile, giorno del mio ultimo intervento, me ne sono successe talmente tante che potrei scriverci un romanzo ma il problema è che non saprei da dove cominciare. Ecco perché ho preso la decisione di non iniziare affatto: niente di niente. Si fa un bel salto di un mese e mezzo e ci si proietta direttamente a ieri pomeriggio, quando in giardino mi sono trovato davanti un libro che non vedevo da anni: "Le avventure di Tom Sawyer".

Quanti di voi lo conoscono? Il nome vi dice qualcosa? Non importa. Il libro in sè non mi interessa, mi interessa più che altro ciò che ha rappresentato. Era tutto impolverato, doveva essere rimasto nel gabbiotto prima che iniziassero i lavori per risistemare il retro della casa. Nel prendere qualche attrezzo i miei zii lo avranno tirato fuori esponendolo involontariamente alle grinfie di Nando che di solito mangia di tutto. Rischio altissimo ma stavolta curiosamente il cane ha lasciato in pace l'oggetto e non posso che ringraziarlo.

Arrivo al punto: volendo giocare un po' con le parole come amo spesso fare, potrei definire Tom Sawyer il mio "tom tom". Il mio navigatore alla scoperta del mondo della "parola". L'edizione che ho appena ritrovato è quella per bambini ed è stata stampata nel 1990, il mio anno di nascita. Ho ricordi nitidi di quel libro, ma non della trama. Il perché è semplice: è stato il primo libro che ho letto, riletto e riletto ancora con lo scopo di imparare come si facesse. Era la primavera del 1996 quando avevo appena finito l'ultimo anno di asilo e mamma chiese a mia cugina - che ha cinque anni più di me  - il favore di insegnarmi a leggere. Le intuizioni di mia madre sono sempre state geniali. Ha sempre voluto che avessi una marcia in più in tutto e ancora oggi non mi spiego perché non mia abbia fatto fare la primina. Voleva che imparassi a leggere in anticipo per capire meglio le dinamiche del nuovo mondo con cui mi sarei trovato a che fare. E in effetti aveva ragione. Grazie a quel cambio di marcia, a mia cugina e alle mattinate primaverili ed estive di quel '96 in cui sacrificai le macchinine per "Tom", imparai ciò che i miei futuri compagni di scuola avrebbero appreso in mesi e mesi di pratica.

La cosa mi prese fin da subito, non so esattamente perché.  Forse per il mio amore eterno verso le sfide, Forse perchè non vedevo l'ora di sfogliare i libri che c'erano sullo scaffale senza soffermarmi sulle figure. O forse ce l'avevo nel sangue già da bambino, chissà. Magari adesso avessi quell'intraprendenza anche nello studio dei testi universitari! Se fossi come il "Francesco bambino", avrei la strada spianata quotidianamente, ne sono certo!

Faccio un attimo il romantico. Quello con Tom Sawyer lo definisco il mio "primo appuntamento". Il primo impatto con un mondo, il "mondo delle parole", che mi ha sempre affascinato. Certo, sapevo già parlare bene a sei anni compiuti, ma imparare a leggere è un'altra cosa. Si apprende ciò che è impresso sulla carta, sui muri, ovunque...

Ancora oggi vorrei imparare ogni giorno nuove parole ma la difficoltà resta quella di sempre: saperle usare in base al contesto. A volte bisogna essere scaltri nel capire con chi si ha a che fare per evitare che ti scambino per quello che non sei. Altre, invece, devi furbescamente mostrarti proprio per quello che non sei per evitare di mettere a disagio il tuo interlocutore. Raramente ci riesco, perché alla fine scelgo di essere me stesso. Potrei definirla "deformazione professionale" ma non escludo che si tratti della "sindrome di Tom". In fondo fingere non fa mai bene, l'ho sempre detto!

Passo e chiudo. Il libro ha bisogno di una rispolverata...



Francio







sabato 27 aprile 2013

L'importanza di essere numeri uno




C'è un romanzo di Paolo Giordano che regalai a mia cugina Floriana lo scorso Natale. Uno di quelli che hanno sbarcato il lunario, ma non sono sicuro che lei lo abbia iniziato a leggere. Anzi, forse non lo ha mai neanche aperto per sfogliarne le pagine. Sta di fatto che è stato proprio quel romanzo a fornirmi l'assist per il titolo di questo intervento. Perché se i numeri primi soffrono di solitudine, i numeri uno soffrono altrettanto di importanza.

Ora vi starete chiedendo come diamine si può "soffrire di importanza". Beh, la risposta non la so, ma so per certo che si può.

Tutto questo per dirvi che oggi voglio trasgredire, liberarmi dall'ipocrisia, farmi scivolare addosso le critiche. Troppe volte sono stato severo con me stesso perché ho utilizzato un termine di paragone decisamente complesso. Ho messo a confronto la mia personalità con la personalità perfetta, uscendone logicamente sempre sconfitto. Ma è lì che sbagliavo. Perché i numeri uno non sono i perfetti, quelli che non sbagliano mai. I numeri uno sono le persone che emergono all'interno di una cerchia più o meno vasta.

Prendiamo due mostri della pittura, ad esempio: Vincent Van Gogh e Pablo Picasso. Io non sono un esperto, mi limito ad osservare i quadri andando oltre con la mia fantasia. Non ho mai pensato di interpretare un quadro di questi due secondo i loro dettami, ma secondo i miei, e non credo sia un limite a dispetto di quanto vogliano far credere i critici.

Van Gogh e Picasso sono entrambi dei numeri uno. Hanno vissuto in età leggermente differenti, ma se pure fossero stati coetanei sarebbero entrambi saliti sul gradino più alto del podio nel loro genere. Non perché fossero perfetti, ma perché emergevano. Perché avevano qualcosa che altri sognavano di avere. Chiamatelo "quid", chiamatelo "valore aggiunto", chiamatelo "dono". In ogni caso avevano una marcia in più.

Questi sono i numeri uno, e ci ho messo davvero tanto a capirlo che quasi me ne vergogno. Ho trascorso tempo ad inserire in questa categoria persone che non ne facevano parte, ma è stato un errore mio di cui mi assumo le responsabilità. Nella vita si può sbagliare, si può cadere. L'importante è rendersene conto e trovare la forza di rialzarsi.

Giusto sette giorni fa ho vissuto la gioia sportiva più grande della mia vita. E la cosa buffa è che di mezzo non ci fosse un pallone rotolante su un prato verde. C'era la pallamano. Mi sono reso conto di essere partecipe in prima persona dell'impresa quando a tre giornate dalla fine del campionato ho visto piangere delle persone per quello che avevo scritto qualche ora prima. E' stata una sensazione stranissima e non per i complimenti ma per il coinvolgimento emotivo. Non credevo che le mie parole potessero fare questo. Non mi davo tutta questa capacità.

Poi ho parlato con altre persone, che mi seguono assiduamente nel pensare e nello scrivere ed ho capito che forse un principio di verità in quei complimenti c'era. Ho sentito o letto le voci di Mabel, Simona, Sara, Vanessa, Eleonora, Massimo, Gildo, Giulia, Carlo, Manuel e Alessio. Le ho sentite forti nelle orecchie ma soprattutto nel cuore. Erano sincere.

Ho metabolizzato tardi ma finalmente capito che dovevo finirla di mettermi alla stregua di chi non mi ha mai apprezzato a fondo. Di stare dietro ai numeri due, tre, quattro, cinque. Un giorno forse diverranno anche loro numeri uno per qualche persona o per qualche titolo acquisito, ma per il momento non mi fanno compagnia in questo traffico di numeri uno.

Chi mi conosce sa che raramente mi attribuisco meriti. Sono permaloso, questo sì, ma non pecco di presunzione. Stamattina -  in questo grigio sabato mattina -  mi andava di urlare a me stesso che non sono secondo a nessuno. Pure la mia faccia, vista allo specchio, sembra meno stanca del solito nonostante il consueto mal di testa post-venerdì.

Proprio quello sguardo perso nel sonno mi ha spronato a scrivere qualcosa di diverso, di più incisivo. Di più diretto. Ne è uscita una sorta di autocelebrazione forse antipatica, scomoda e sgradevole che mi ha portato a paragonarmi a mostri della pittura. La differenza è che loro avevano e continuano ad avere una cerchia di seguaci immensa, io molto più concentrata ma non per questo meno importante.

Le cose sentite sono sempre le più belle, perché sono vere e sincere.

Perché sono da numeri uno. E io, Francesco Carluccio, sono un numero uno.

FRANCIO

mercoledì 27 marzo 2013

Un incontro fuori dal tempo.




Lei camminava a testa alta, con lo sguardo dolce e fiero, proseguendo per la sua strada su uno dei tanti marciapiedi storici di Benevento. Io avevo appena parcheggiato la mia automobile in divieto di sosta, fiero a mia volta di aver trovato un parcheggio che fosse ad un tiro di schioppo dalla redazione. Tanto lì i vigili non sono mai passati a controllare.

I miei occhi l'avevano inquadrata già nel momento in cui le mani erano intente a tirare su il freno a mano. I suoi occhi, invece, mi hanno scrutato pochi secondi dopo. Il tempo di uscire dall'auto e sentire quel brivido che tre, al massimo quattro persone hanno saputo regalarmi finora. Una di queste è Carmen Amelio.

Non mi sono mai chiesto quanti anni avesse quando vestivo il grembiule azzurro, quindi non me lo chiedo neanche adesso. Quelle come lei sono donne senza età. Vivono sospese al centro di un vorticoso valzer di piroette che solo il tempo sa regalare. Bene, lei con il tempo ci scherza, ed è una delle poche a riuscirci. In fondo si sa, il tempo è galantuomo e gli uomini galanti raramente abbozzano una risata.

Mentre penso al "chissà se si ricorda di me", le sue immense labbra si muovono:

 <<Francesco!>>.

Un nome risuona in via Giuseppe Pasquali, ed è il mio. "Maestra, professoressa, signora? E ora come la chiamo?", penso tra me e me alquanto imbarazzato. Intanto faccio partire un sorriso costruito.

"Non ci posso credere, si ricorda di me..." - continuo a pensare. Alla fine opto per un generico <<Buonasera>>, che non fa mai male.
Non mi andava di classificarla con titoli scolastici o professionali. Mi sarebbe venuto più naturale chiamarla mamma, lo confesso. Nessuna persona è mai più riuscita a farmi imparare una poesia a memoria, nessuna che sia mai stata così determinante nello stimolare la mia voglia di apprendere. Nessuna donna è stata mai così capace di incutermi timore e simpatia allo stesso tempo.

Insomma, era lì, davanti a me: Carmen Amelio. La "maestra Carmen", per gli amici. Insegnava italiano alle mie amate scuole elementari, quando cercava di indirizzarci prima a vivere e poi a capire la grammatica. In fin dei conti le due cose sono abbastanza simili, con un po' di fantasia. E lei riusciva benissimo a coniugarle come verbi.

Oggi, in via Pasquali, aveva la solita luce negli occhi e il solito profumo sulla pelle. Non voleva mollarmi più ma quel che diceva era interessante e coinvolgente. Capelli rossi, labbra carnose, viso giovane ed eleganza unica al mondo. Al collo un foulard attorcigliato in modo particolare. Solo una persona che conosco lo indossa così, ma questo è un dettaglio che credo interessi a pochi.

<<Allora Francesco, della tua vita cosa ne stai facendo?>>

Beh, cosa ne sto facendo. Forse la sto buttando via in chiacchiere. 
Questo è ciò che avrei risposto. E invece...

<<Eh, cosa dire. La redazione di Ottopagine è lì dietro, oltre quei palazzi, vicino la chiesa. Collaboro per l'edizione sportiva online. Nel frattempo manca poco alla laurea in Scienze della Comunicazione, ma non so davvero dove sarò tra qualche anno.>> 

Bugia. Mancano quattro esami, e considerando la mia testa non sono pochi. Ma dovevo sbrigarmela in qualche modo.

<<Come dici? Sei un giornalista sportivo e la laurea è vicina? Chissà quanto sarà contenta tua madre. Che donna eccezionale, salutamela affettuosamente..>>

Il discorso è iniziato così ma è poi andato avanti a lungo, credo almeno venti minuti. Abbiamo affrontato moltissimi temi e non nascondo che gli occhi erano lucidi come nelle occasioni importanti.
Eravamo io, lei, il suo foulard e la passione per la lingua italiana che non ha mai smesso di trasmettermi. Quando ho avuto dubbi su me stesso, sulle mie ambizioni, ho pensato spesso alle sue lezioni e mi sono tirato su. Penso a tutti quei bambini (o meglio, ragazzi. Oggi si cresce troppo in fretta...) che hanno l'onore di averla davanti ancora. E a cosa si sia perso chi non l'ha mai conosciuta.

<<Con il cuore di una mamma ti auguro tutto il bene del mondo. E mi raccomando. Non dimenticarti mai delle cose semplici: sono loro a fare la differenza>>.

Poi è sparita, come in un film, indirizzando il suo vagare verso Corso Garibaldi.
Io intanto ero lì impietrito ad osservare un altro corso, quello degli eventi.
"Anche questa è storia", mi sono detto. Ho incontrato la mia musa ispiratrice nel momento di massimo bisogno. E le cose, ne sono certo, non accadono mai per caso.

FRANCIO.


 - Nota a margine -
Carmen e Carmela sono due nomi che si somigliano molto. Ho una cugina che si chiama allo stesso modo della maestra ed una zia che invece ha il nome "italiano" e a cui dedico questo intervento. Poi c'è un'altra Carmela, precisamente Carmela Tripaldi.
Come dite? Volete sapere chi è? In realtà non lo so neanche io, e non so nemmeno se esiste. Fatto sta che mio cugino Riccardo, il romano, dice che è la mia fidanzata...

Tranquilli voi e tranquillo Riccardo, sono ancora single. Questo affare non lo fa nessuno.





lunedì 25 marzo 2013

Lo scienziato e il seminarista - coffee break





Strana bevanda, il caffè. E'capace di aprirti un mondo.
Ho confidato a qualche amico che non programmo mai gli interventi da scrivere su "Camera con Vista". Sono frutto dell'estemporaneità del momento, dell'unicità di ogni mattina, pomeriggio, sera o notte all'apparenza monotona. Credo infatti che sia solo apparenza. Mi piace pensare che ogni istante vissuto abbia qualcosa di diverso rispetto a quello già affrontato e a quello che è alle porte. Immagino che a molti sia capitato di pensare: "che vitaccia, faccio sempre la stessa cosa...". Beh, in realtà la stessa cosa non la facciamo mai. Magari ripetiamo un'azione, ma la faremo sempre in modo diverso, con umore diverso, sorriso diverso e pensiero diverso. Basta ragionarci un po'.

E lo avrete capito, ormai. Ragionare è una delle cose che amo di più. Non sulla matematica, sui numeri, sulla scienza, è chiaro. Mi piace ragionare sulle imperfezioni perché penso che niente sia perfetto e niente potrà mai esserlo. Non mi piacciono i problemi con una sola soluzione e non mi piacciono le strade con una sola via d'uscita. Perfino da piccolo, alle elementari, quando in Geografia mi interrogavano sui fiumi, sulle foci a delta o a estuario, quando nominavamo le seconde storcevo il naso. Un fiume che termina nel mare seguendo un unico percorso mi ricordava tanto la mancanza di variabilità, di estro e fantasia. Più sbocchi, invece, più fantasia, più apertura. E' questo ciò che ho sempre predicato ma non sempre razzolato. Perché non nascondo che a volte mi riesce difficile essere coerente con me stesso. E' un limite, ma spero di farne presto una forza.

A qualche amico - lo stesso a cui ho confidato che non programmo gli interventi che vedete qui sopra - ho bisbigliato anche che per la prima volta da quando ho aperto il blog mi era venuto in mente di progettarne uno ad hoc. E come al solito, quando progetto qualcosa, sono un pochettino goffo. Ecco perché ho scritto e cancellato per ben tre volte un intervento, negli ultimi giorni. Ogni volta che ci provavo, scrivevo le stesse cose ma in modo diverso, collegandomi al discorso che facevo prima. In più - grave problema - ogni volta mi bloccavo. Il mio obiettivo, comunque, era parlarvi della diversità che magicamente diventa somiglianza.

In questi giorni, chi ha avuto modo di accendere la tivù avrà notato che si è parlato tanto di razzismo, di intolleranza, di discriminazione legata al colore della pelle. Siamo nel 2013 e queste cose ancora esistono. Assurdo. Io invece voglio affrontare un altro tipo di divergenza, quella legata alle ambizioni.
Ho due amici a cui sono molto legato che potrebbero essere agli antipodi ma che finiscono per somigliarsi come gemelli. Uno fa il seminarista e sogna il sacerdozio, l'altra studia una di quelle che definisco "scienze esatte" e ha l'ambizione di fare la ricercatrice.

Due bei sogni, innanzitutto. Perché è giusto chiarire che non è da tutti puntare così in alto e loro non si accontentano. Non sono fans del "Chi si accontenta gode", ma della rivisitazione made in Ligabue, che a quella frase scontata e banale ha aggiunto un bel "così così..." . Quindi ottima scelta, Gildo ed Eleonora. Avevate l'opportunità di accontentarvi, non lo avete fatto e sento che non lo farete mai.

Detto questo e chiusa la piccola parentesi sul "così così", la cosa che mi ha stupito maggiormente è la somiglianza nel modo di fare. La diatriba dialettica (e non solo) è lunga secoli, millenni e si perde nei volumi impolverati su cui è scritta la storia dell'umanità: "Scienza contro Religione".

Eleonora non crede in un Dio superiore e non avrebbe modo di andare d'accordo con Gildo. Pare poco, ma invece è tantissimo, più di quanto si possa immaginare. Gildo è schematico, pur essendo prevalentemente irrazionale. Eleonora non è schematica ma razionale. Entrambi hanno le loro visioni. Gildo vuole migliorare un ambiente ancorato a  troppi dogmi e convenzioni ormai in disuso e a mio parere, con la mano di qualcuno che la pensa come lui, ci riuscirebbe anche. Eleonora delle certezze vuol fare una professione e delle incertezze un diletto.

Crede nel destino, Eleonora. Non ci crede minimamente Gildo, che non vede alcun disegno, alcun diagramma, alcuna via che non sia quella che ci costruiamo ogni giorno. Un po' filosofo un po' previdente lui. Molto profonda e altrettanto cauta lei. Sono due gocce d'acqua in un oceano di vino (scritto staccato, non "divino". Prendete nota). Non ammetteranno mai di avere qualcosa in comune ma i miei occhi ne vedono tantissime, una su tutte, a dire il vero.
Entrambi credono nel sottoscritto in maniera illimitata e probabilmente senza un motivo.
Stolti, temerari e sognatori. Oltre che coraggiosi. E poi molto zuccherati, proprio come il caffè che ho appena finito di sorseggiare.


FRANCIO



sabato 23 febbraio 2013

"Saturday Night Fever"



Trentasette e quattro. Non è granchè, ma dà un fastidio enorme, quasi come un calcio nelle parti basse.
In realtà non ho molto da scrivere, ma mi allettava il titolo: "La febbre del sabato sera". Da quando nella mia vita i week end hanno un senso, credo che sia la prima volta che una febbraccia mi tenga fermo ai box nel giorno della settimana più atteso.
In tivù poi davano Palermo-Genoa. Zero a zero, partita bruttissima, di quelle che ti fanno odiare il calcio. Su Italia 1 Asterix alle Olimpiadi non era certamente inserito nella lista dei miei film preferiti... Allora eccomi a scrivere due cazzate su "Camera", come avviene spesso ultimamente.
E la novità è che non so davvero cosa scrivere. Ah sì, una cosa da dire ce l'ho. Tra qualche ora si vota ragazzi. Non facciamo scherzi, entriamo in quella cabina e mettiamoci la testa. Facciamo agire il cervello.
Io spero di provvedere entro lunedì. Spero anche di uscire da questa prigione perchè non ce la faccio più, ma spero anche che quando sarò finalmente guarito, alla guida del mio Paese ci sia qualcuno con la testa sulle spalle.

Intanto buon sabato sera a voi. Quando scrivo sono appena le 23. Insomma, c'è tempo. Avete ancora tanto da dare alla notte...

Francio

giovedì 21 febbraio 2013

Tra febbre, insonnia e realtà




L'influenza, l'insonnia, e quelle notti che sembrano infinite. Vorrei tornare a viverle con i miei amici, piuttosto che a letto. Sembra che dormi per dieci ore ma ti svegli e sono ancora le due. Poi ti riaddormenti, passa un'altra infinità di tempo, ti risvegli e sono le 3.30.
Proprio per questo non so dire con precisione se il pensiero che mi è passato in mente la scorsa notte sia frutto di un sogno o di un ragionamento poco lucido, mentre sudavo nel letto a causa della temperatura che saliva costante. 
Pensavo, manco a  dirlo, a Carmelo.  Non faccio retorica, ma sono fermamente convinto che quello che è avvenuto lo scorso week end mi abbia trascinato addosso la febbre più di qualsiasi colpo di freddo. Insomma, ha abolito le mie difese immunitarie. Ma del resto l'ho già scritto: troppe emozioni forti. Capita che collassi e non ce la fai più.
Tornando al sogno (o ragionamento, come preferite), è tutto molto strano. Ed è strano anche che sia ancora qui, nella mia mente. Forse è giusto scriverlo, scusandomi innanzitutto per il mio essere ripetitivo.
Pensavo alla nostra vita come ad una partita. La vita media di un essere umano si avvicina ai novant'anni, anche se purtroppo a volte si ferma sfacciatamente prima. Novanta sono anche i minuti di un incontro di calcio. Facciamo così - mi sono detto. Un anno, un minuto. Da giocare con la solita intensità di chi vuole portare a casa il risultato. Niente intervalli, niente tempo di recupero, a meno che qualcuno lassù non alzi il tabellone luminoso. 
L'obiettvo è quello di fare gol, come al solito. In che modo? Beh, ognuno di noi ha la sua maniera di fare gol, a seconda dei traguardi che si propone. Bisogna lottare, insomma. Lottare, lottare, lottare. 
E' qui, in questo preciso istante, che mi è venuto in mente Carmelo. Il suo viso, la sua faccia, il suo modo di camminare, di correre e di porsi. 
Aveva appena giocato trentasette minuti, lui, ma quanti gol aveva già fatto. Esordio in serie A da giovanissimo nel Napoli con la maglia numero 10 di Maradona. Una vita per la sua squadra, il Benevento, che era riuscito anche ad allenare con successo. Due figli, tanta umanità, tanti amici. Una famiglia ed un popolo che gli sono stati accanto fino all'ultimo istante  stringendosi attorno a lui solo come si fa con i grandi uomini.
E voi sapete cos'è un contropiede? Un contropiede è l'azione più beffarda che esista nel calcio. Stai attaccando nella metà campo avversaria, sbagli un passaggio e l'altra squadra ti prende alla sprovvista, approfitta del fatto che sei sbilanciato ed in velocità si lancia verso la tua porta. 
E' una situazione che solitamente si verifica quando cerchi a tutti i costi di fare gol e ti proietti totalmente in zona offensiva. E' questo il punto. Lui al trentasettesimo era lì ad attaccare, nonostante fosse in vantaggio quattro a zero. Poi qualcuno ha rubato palla sulla tre quarti difensiva e con tre passaggi è andato a fargli gol. Un gol pesante, che non cancellerà mai quanto di buono il Capitano ha prodotto in una vita breve ma intensa come poche. Da allenatore, lui, non avrebbe mai tollerato di prender gol così. Da suo grande tifoso sto ancora aspettando che il guardalinee sbandieri un fuorigioco e l'arbitro annulli tutto. Niente da fare. Purtroppo, tutto regolare.

La foto è di qualche tempo fa...

Francio