mercoledì 6 febbraio 2013

Ma tu, dove sei?






Dove sei mentre annaspo in un mare di carta?

Dove sei mentre perdo le mie convinzioni?

Dove sei mentre sciupo il mio tempo ad immaginare?

Dove sei quando ti imploro e ho bisogno di te?

Dov'eri quando ci hanno insegnato che le cose più belle si costruiscono insieme?

Insieme. 

Parola inutile, probabilmente. Se solo non ci fosse qualcuno a darle un senso.

Io ti aspetto, ma tu dimmi dove sei. E svelami il tuo vero volto.


Francio

sabato 2 febbraio 2013

Casa Famiglietti





Sentirsi un forestiero nella propria città. "Casa Famiglietti" è il luogo in cui forse mi sono riscoperto per la prima volta un ospite nel mio territorio. Mai avrei pensato che in un appartamento alle porte del Triggio (quartiere storico di Benevento) sarei rimasto coinvolto da un'atmosfera così poco sannita ed esageratamente "global".
Pina è la padrona di casa. Ragazza solare, alla mano e... irpina! Già, forse nel suo nome c'è anche la provenienza (per i meno abili nei giochi di parole, ir...Pina. Appunto!). La prima volta che ci ho messo piede lei non era presente e a fare gli onori di casa furono le sue coinquiline Giulia, Simona e Antonella. 
Qui andrebbero tracciati identikit precisi, ma visto che di pomeriggio amo scrivere a braccio, vi lascio giusto immaginare che persone siano. Simona è pugliese di Barletta, appassionata fotoreporter per finta, vegana e soprattutto esuberante. Se le metti in mano una videocamera sei finito. 
Documenta per filo e per segno ogni tuo atteggiamento per poi montarlo in appositi video pubblicati ad arte, Divertenti e appassionanti, proprio come le serate che viviamo quando ci ritroviamo.
Giulia e Antonella non sono da meno. La prima è di Alife, provincia di Caserta, la seconda di Ariano Irpino. Stanno al gioco (qualche volta anche troppo... vero?) e menano le danze fornendo spunti al nostro diverimento. Pina ha un unico difetto, ed è inutile che vi dica qual è... per il resto, se si convertisse alla fede giallorossa, sarebbe totalmente a posto. Ma giusto domani c'è il derby quindi non voglio dilungarmi su questo aspetto altrimenti finiremmo anche per bisticciare... A lei va il mio grazie per l'ospitalità mostrata in ogni occasione.
Sapete, è davvero difficile scrivere di casa Famiglietti. pensavo fosse più semplice. Sarà che là dentro non si ragiona più di tanto e ci si da alla pazza gioia, ma non riesco a documentare attraverso la scrittura le nostre pazzie. Il che, conoscendomi, è abbastanza preoccupante. Posso solo dire che in quell'abitazione perdo la concezione dell'essere padrone di casa e mi riscopro forestiero all'ombra delle Mura Longobarde. Una cosa strana che nella mia città non mi era mai capitata.

Ma come si suol dire, c'è sempre una prima volta...

Vi lascio con un video di Simona. Sono certo che valga molto più di quanto scritto finora. E' terribile buttare giù venti righe senza aver raggiunto il proprio scopo. Ma non mi va di cancellarle, quindi le pubblico lo stesso. Sono pur sempre meglio di niente...


A presto, casa Famiglietti!






venerdì 1 febbraio 2013

Il dolce respiro di una fotografia



A far capolino tra i libri di Storia Contemporanea ed il mio nuovo computer non è altro che una fotografia. Emerge dal nulla come un cammello nel deserto o un albero in fondo ad una strada sterrata.
E' uno degli scatti a cui sono legato di più, tanto è vero che è forse l'unico reperto che ho deciso di incorniciare e a cui fornire il giusto risalto. Si riferisce ai quarant'anni di mia madre, 16 agosto 2000.
A Castelpagano -  paese al confine con il Molise -  in quel periodo dell'anno si respira sempre un'aria fresca, ben diversa da quella a cui siamo abituati in città.
Come ho già scritto in passato su questo blog, Castelpagano è il paese dei miei nonni, conta meno di duemila abitanti e gode di un'età media avanzata che probabilmente lo condannerà ad un ulteriore svuotamento nei prossimi anni. Ma non è del paese che voglio parlare. Stavolta preferisco concentrarmi sulla foto.

Quando sfoglio l'album dei ricordi provo sempre sensazioni particolari. Innanzitutto penso ai momenti vissuti insieme alla mia famiglia, alcuni dei quali conservo ben impressi nel cuore e nella mente. Poi mi rendo conto che ho avuto da sempre la fortuna di far parte di un gruppo unito, che ha remato continuamente nella stessa direzione tenendo un gran ritmo. Più passa il tempo e più capisco che non è una cosa da poco perchè non tutti hanno la mia fortuna.  
Per fare un esempio banale, teoricamente io sarei figlio unico da quasi ventitrè anni ma nella pratica questa cosa non l'ho mai avvertita. Il perchè è spiegato anche da questo scatto. Quattro sorrisi sinceri di quattro persone fondamentalmente diverse.

A sinistra rispetto a mia madre c'è Gianmarco, il mio cugino più "famoso" per peripezie, avventure ed incidenza. Lui nel duemila aveva appena quattro anni. Cosa volete che ne capisca di una foto un bambino di quell'età? Eppure sorride, abbraccia mamma e si presta al gioco. Dall'altra parte c'è Floriana, altra mia cugina, tre anni più piccola di me. La conosco abbastanza per sbilanciarmi: da come guarda l'obiettivo mi viene da pensare che chi aveva in mano la macchina fotografica stesse facendo una battuta che le piacesse. Flo ha un umorismo diverso dal mio, si è sempre distinta. Ride solo per battute serie (ecco perchè raramente riesco a farla sorridere...). Devo riconoscere che chi aveva sparato la sua "massima" in quel momento aveva fatto bingo perchè Flo sembra abbastanza soddisfatta...
Quanto a mia madre, ho sempre avuto un debole per lei. Chiaro, non solo perchè è mia madre. La ritengo davvero una persona eccezionale, soprattutto vista con occhi esterni. A volte mi piace osservarla senza partecipare attivamente alle sue azioni e me ne rendo conto.  Un po' premurosa (va detto, non solo con me) ma sempre gentile ed aperta con tutti, talvolta sbagliando. Credo che questa sia la caratteristica di chi ama la vita in tutte le sue sfaccettature. A quarant'anni sei a metà del viaggio e inizi anche a guardarti indietro. Quel giorno lei era felice, lo ricordo perfettamente. E se arrivi felice a quarant'anni, non puoi fare a meno di sperare che quelli successivi saranno migliori dei precedenti...

Ecco, la speranza - di cui mi nutro quotidianamente - me l'ha inculcata lei. Spesso sperare mi mette in difficoltà, ma da quello che so se non accompagni questo elemento con delle azioni, non serve a niente. Insomma, la speranza è come l'insalata. Va accompagnata con un po' di condimento, altrimenti hai voglia ad aspettare che prenda sapore...

Chiusa questa breve parentesi, quasi dimenticavo di parlare di me. Del "me della foto".  Rido anche io, con un sorriso da pagliaccio (stavo già imparando ad esserlo nonostante i miei dieci anni...). In realtà, a parte i capelli e qualche dente che ho sostituito, non sono cambiato di molto. Un eterno Peter Pan che crede ancora nell'Isola che non c'è... 


FRANCIO
















giovedì 17 gennaio 2013

Un addio silenzioso




Ricordo la prima volta che entrai nella redazione di beneventofree.it . Era un giorno di luglio, anno 2009.
Faceva caldo, un caldo afoso, di quelli che ti sciolgono come un gelato anche se non hai sangue nelle vene. Per un ragazzo dal cuore giallorosso e con la passione per il giornalismo, erano tempi duri. Il Benevento aveva appena fallito il suo appuntamento con la storia perdendo una maledetta finale play off contro il Crotone e io avevo provato invano a chiedere di collaborare per il Sannio Quotidiano. Nemmeno una gara di terza categoria, tutto pieno. D'altra parte era difficile poter scommettere su un ragazzo poco più che maggiorenne.

Inviai una email alla redazione di beneventofree e vi entrai avvolto dallo scetticismo. Non chiesi di scrivere sul Benevento, sarei stato un presuntuoso. Chiesi di scrivere per qualsiasi cosa perchè il mio obiettivo era dare sfogo alla fantasia, oltre che al mio pensiero. E così ai primi di agosto fu pubblicato un articolo-inchiesta sul Paladua, poi via via molte cose sulla pallamano, fino ad arrivare alle notizie sulle altre squadre del girone dei giallorossi.

La mia presenza costante ed un corsivo scritto con un pizzico di estro, fecero sì che Antonio -  il mio direttore - si convincesse a gettarmi nella mischia e affidarmi una pagina su Giallorossi Free Magazine, il periodico distribuito allo stadio prima delle partite del Benevento. Per me, che collezionavo il giornale da mesi, era un sogno realizzato. Sul foglio che presenta la partita e di cui si nutre il tifoso sfegatato, ci sarebbe stata la mia firma. 

Ricordo che quando fu pubblicata la mia prima intervista mi scese una lacrima. Di lì a poco le lacrime si sarebbero moltiplicate, perchè a ritmo di impegno e volontà avrei scritto diverse volte in seconda pagina, fino ad arrivare all'appuntamento fisso in Prima, al fianco dell'editoriale del direttore. La fiducia in me aumentò di mese in mese e tra web e cartaceo mi sentivo realizzato. Non percepivo neppure un euro ma non mi fregava granchè dei soldi: sono stato sempre convinto che il potere dei desideri non è quantificabile in soldi. 

Questo ragionamento, abbinato a quel giornale - anzi, quei giornali -  mi ha fatto crescere e maturare. Mi ha spinto lontano da amicizie e donne. Una su tutte la mia ex che odiava profondamente il mio lavoro, definito "una perdita di tempo". Non ha mai capito che nel mio cuore non c'era spazio solo per lei, probabilmente, ma non gliene faccio una colpa. Non è da tutti comprenderlo. 

Quel giornale - dicevo - mi ha privato di tante cose senza mai farmi sentire il peso della rinuncia. Quel giornale mi ha regalato sorrisi quando il mondo si era dimenticato di me e quando la notte era davvero buia e tempestosa. Beneventofree è stato e sarà sempre un pezzo della mia vita. Non per il nome, non per retorica ma per sensazioni che a stento più di un paio di esseri umani sono riusciti a donarmi in questo arco di tempo. 

Sono stati tre anni e mezzo fantastici ricchi di gioie e dolori, di sorrisi e pianti. Dalla maratona in redazione per l'arresto di Paoloni, quando rimasi con l'editore a mangiare un panino con il salame per non distogliere lo sguardo dagli aggiornamenti, fino ad arrivare alla stampa del giornale con quell'odore d'inchiostro che saliva dal seminterrato - dove stampavano le copie - e si attaccava sulla mia pelle fino alla doccia successiva. 

Ricordo degli ultmi minuti di calciomercato, quando con Antonio era una corsa contro il tempo per pubblicare la notizia dell'acquisto o cessione. E ricordo soprattutto il saluto alla redazione di via Pirandello 12, ormai svuotata di ogni alone magico per via di una crisi che non ha risparmiato proprio nessuno. L'abbraccio con il grafico, i dipendenti. L'in bocca al lupo dell'editore per una nuova vita che si sperava fosse più semplice. Più equilibrata dei salti mortali a cui ci eravamo abituati negli ultimi mesi, quando mancavano anche i computer per lavorare. 

L'approdo alla nuova sede di via Santa Colomba (già, "l'approdo"), ha cambiato la fisionomia del giornale e soprattutto la sua anima. Niente più esclusive, niente più news in anteprima, niente più critiche. Anche se avevamo una notizia fresca al pomeriggio, dovevamo darla all'indomani per non causare disguidi al quotidiano di riferimento appartenente allo stesso, nuovo, editore. 

Sono stati e sono ancora tempi duri, con le visite dei lettori giornalieri comunque in crescendo, a confermare la grandezza del lavoro svolto da Antonio in primis e poi da me me dall'amico e collega Ivan. Un mastino, una lepre, un leone Un topolino. Uno che a seconda dei casi sa agire come serve. E sempre con tempismo, senza deludere. Il nostro segreto è sempre stato il gioco di squadra e i gol sono stati tanti. Tantissimi.

Ora, giovedì 17 gennaio, qualcuno si è stancato di vedere quei gol e la missione sembra al capolinea per decisioni che pendono dall'alto. Probabilmente, se la testa mi dirà così e dirà così anche a chi comanda,  mi ritroverò senza lavoro e ciò che questa avventura mi ha riservato sarà testimoniato dal solo tesserino di giornalista ritirato ai primi di gennaio.

Imprevedibilità della vita, sfortuna o semplicemente destino? Non so di cosa si tratti. Ciò di cui sono convinto e contento, è solo il mio sogno. Quello non lo abbandonerò mai, al diavolo gli ostacoli. 

Come uso spesso ripetere agli amici, mi appoggio ad una massima:  "se la strada intrapresa è in salita e ricca di  insidie, probabilmente è quella che porta al traguardo". 

E il mio traguardo non cambia. Forse è solo giunto il momento di iniziare a correre più veloce...

FRANCIO

lunedì 7 gennaio 2013

Tornare a vivere




Il sette gennaio, per antonomasia, è il giorno dei ritorni dolorosi e delle partenze strazianti. Sono sempre stato convinto che il nuovo anno cominci oggi, nel primo vero giorno di una serie lunga 365 chilometri.
Dal primo al 6 gennaio si vive in un limbo, in una sorta di parentesi che si apre con una bottiglia di spumante e si chiude con il volo di una befana tra le nuvole dei ricordi. Ognuno di noi sa, il sette gennaio, che sta rinunciando a qualcosa. Ognuno di noi conosce che sta per andare incontro a nuove sfide, nuovi traguardi, nuove ambizioni. E' il punto in cui un vecchio volume viene chiuso e si comincia ad accarezzare la copertina di un libro ancora tutto da scrivere.
Ne ho scrtti circa ventitrè, io. Alcuni più interessanti, altri meno. Alcuni ricchi di spunti, lacrime, gioia e sentimento. Altri colmi di speranze disilluse, di sogni infranti. Dei noir veri e propri che meriterebbero addirittura di essere chiusi in uno scatolone in soffitta. La ragione per cui li tengo ben in vista sullo scaffale è data dal fatto che è stato grazie alle cadute, alle difficoltà ed agli ostacoli che sono divenuto più forte e fiero di me.

Il sette gennaio, dicevo, lancia sempre una sfida. Sembra ieri quando questa era rappresentata dalla pagella scolastica, un cruccio più che altro dei miei genitori che speravano di non essere delusi a primavera. Poi la pallamano, con il campionato under 14 e poi con quello under 16. Perdevamo sempre, eravamo scarsi, ma il sette gennaio mi alzavo e dicevo "quest'anno una partita riusciremo a vincerla". Ce l'avremmo fatta qualche mese dopo, con le dovute difficoltà. E avremmo festeggiato come se avessimo vinto i Campionati del Mondo.

Gli anni, poi, sono passati veloci. Dice bene chi sostiene che dopo i diciotto, dopo la scuola, quasi perdi il senso delle misure e del tempo. Il prossimo 4 aprile ne chiuderò 23 e quasi non mi sembra vero che ne siano passati già 5 da quando sono diventato maggiorenne e da quando ho iniziato a guidare. Sarà che adesso io e la macchina siamo pappa e ciccia, ma non credevo di condurla da così tanto tempo. E a volte ho la sensazione che sia lei a guidare me.

Così come sono passati veloci gli anni, sono mutate anche le tendenze, gli obiettivi e gli stimoli. Quelli del nuovo anno riguardano meno gli altri e più me stesso. Ho bisogno di capirmi, conoscermi e mettermi in gioco. Nel lavoro come nella vita. Solo qualche giorno fa ho ritirato il tesserino di giornalista, un altro traguardo tagliato dopo mesi di sforzi e che ho intenzione di trasformare in un nastro di partenza. L'amore arriverà, nel 2013 o quando sarà. Uno come me ne ha bisogno come il pane ma ho deciso di non farmene un assillo. Ho sbagliato troppe volte in questo campo e perseverare sarebbe diabolico. Come? Manca la fortuna? No, lasciamo perdere... mi basta quella di avere accanto persone vere. E poi lo sapete che con la Dea Bendata ho una relazione  a dir poco complessa.
Obiettivo: Tornare a vivere. Fare ciò che non ho fatto negli ultimi mesi. Magari farlo con una laurea in più, un microfono in pugno ed il sorriso mio e di chi mi è accanto eternamente stampato sulle labbra. Ecco, così non sarebbe male...


La foto si riferisce ai 18 anni di "Sarita" Palmieri (11/11/2010), carissima amica attualmente impegnata a saltare con i canguri nella lontana Australia. Lei ha svoltato più di ogni altro, io spero di raggiungerla presto nel club della "gente con le palle". 

Francio

lunedì 31 dicembre 2012

L'anno che verrà



Domani saremo nel 2013. Detta così sembra una cosa normale, innocua e trasparente. Invece lasciatemi dire, per una volta, che è una gran figata. 
Sono questi i casi in cui spopolano le condivisioni sui social di canzoni come "L'anno che verrà" pezzo immortale di Lucio Dalla (troppe volte chiamata "Caro amico ti scrivo..." dai profani), io invece punto l'accento sulla divisione che si crea inconsciamente nella popolazione poche ore prima dello scoccare della mezzanotte.
Da una parte ci sono quelli che tracciano il bilancio dell'anno precedente, dall'altra quelli che fanno previsioni sull'anno venturo. Ho deciso di schierarmi tra i secondi, e non me ne vogliano i primi. 

Ho deciso di guardare avanti per il semplice fatto che mi piace farlo con ottimismo, non per altro. Allora la domanda è lecita: cosa mi aspetto dal 2013?

Beh, innanzitutto chiedo al nuovo anno la serenità della mia famiglia. Essenziale che ci sia, non aggiungo altro in merito.

Poi vorrei che tutti i dubbi che ho in testa si sciogliessero in un istante. Non sono tantissimi, per il momento, ma è importante che abbia le idee chiare.

Chiedo poi al 2013 un po' di fortuna in un paio di situazioni (e non parlo di soldi). 

mmm... vediamo....Ecco! Come non chiedere la laurea? Sembra così lontana... ma vuoi vedere che non lo è?!

Chiedo la forza di essere sempre altruista, anche se le circostanze mi impongono il contrario. E chiedo alle persone che mi vogliono bene di accettare sempre quello che ho da offrire loro.

Chiedo l'ispirazione costante, in ogni istante della giornata, in modo da lavorare meglio.

Chiedo che i miei amici mi stiano sempre accanto.

Chiedo al 2013 più brillantezza del 2012...

Chiedo al 2013 la mia felicità.


P.S. Alla fine ho ceduto, l'ho condivisa anche io... è stato più forte di me. Se non altro lo dovevo allo stesso Lucio. Quello alle porte è il primo Capodanno in cui la sua voce risuonerà nelle case di tutta Italia senza che lui stesso possa ascoltarla. Ma sono certo, anzi certissimo, che l'eco giungerà fin lassù...





FRANCIO


domenica 23 dicembre 2012

Chi mi ama, mi segua. Chi non mi ama, almeno creda in me.





Stanotte avevo voglia di scrivere.
Può capitare anche questo se lo fai per mestiere e le mani non hanno intenzione di fermarsi nemmeno se le vogliono ammanettare.

Non so spiegarla per davvero questa propensione, so solo che a volte se non scrivo è come se mi legassero o mi mettessero un bavaglio. Questo posto, questa Camera, questo blog, è per certi versi una boccata di ossigeno per i miei pensieri e per le mie idee, talvolta confuse, disordinate e disastrate. E' bene che lo utilizzi per il meglio e  per trasmettere anche a chi lo legge tutto ciò che penso.

Quando scrivo - dicevo -  lo faccio per inerzia,  ma mai senza una giusta causa. Stavolta stavo riflettendo su quanto si può essere cretini nella vita. Ci si preoccupa per delle cazzate quando non ne vale la pena e allo stesso tempo si riesce a trascurare i problemi veri, quelli che davvero possono far male.

Dico per inciso che il 90% delle scelte che ho compiuto a livello personale negli ultimi mesi le ritengo sbagliate, non perchè io sia autocritico, anzi. Ad esempio c'è chi mi definisce complicato perchè mi faccio troppi problemi, ma in realtà le mie non sono preoccupazioni, ma interessi nemmeno troppo personali. Essi derivano dal fatto che cerco sempre di capire i bisogni altrui per rendermi disponibile. Faccio il possibile, anche attraverso questo blog, e ammetto che sono anche un tantino invadente. Ovviamente sono pochissimi quelli che capiscono i miei reali obiettivi. Forse vi spaventano le persone altruiste?

Fatto sta che questo giochino mi è costato un po' di rapporti che avrebbero potuto essere migliori ed in certi casi diversi. Le persone tendono ad allontanarsi da chi vive una vita diversa dalla loro, fatta di qualche stento in meno ma anche di qualche attenzione in più. Tendono ad eclissare quelle che sono le vere priorità per affacciarsi ad una giornata di routines e superficialità che nel breve paga, e pure tanto, ma che alla lunga - almeno per come la vedo io - comincerà a far trapelare scricchiolii imbarazzanti.

Non è un attacco nei confronti di nessuno, ma un monito a me stesso a non cambiare mai, perchè cambiare non serve a niente. Me ne rendo conto giorno dopo giorno, anche e soprattutto quando la mia ruota non gira per niente come sta avvenendo di questi tempi. E' in questi momenti che mi viene da pensare a chi mi è stato sempre vicino. A chi ha lottato sempre con me in ogni battaglia e chi continuerà a farlo. A loro dico che non saranno mai soli, qualunque cosa accada. A costo di vendere tutti i miei averi, di perdere la dignità, di restare io stesso solo come un cane, questi mi avranno al loro fianco con sostegno incondizionato.

Perchè anche se la vita ha spesso insegnato che le persone tradiscono, c'è chi si erge al di sopra dei canoni di "persona". A questi esseri soprannaturali va il mio semplice e sentito ringraziamento.


Buona vigilia e buon Natale a tutti...


FRANCIO